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VENERDì 14 MAGGIO – LA GESTIONE DELL’ ERRORE – TESTIMONIANZE DI IMPRENDITORI

Venerdì 14 maggio abbiamo affrontato, guidati da Alessio Sperlinga, il tema della gestione degli errori. La lezione è ispirata ad un intervento tenuto dall’Ing. Pastorino al master Lecco100 nel 2012.

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Ing. Giorgio Pastorino

Alessio Sperlinga

Epiteto diceva che “ciò che turba gli uomini non sono le cose, ma le opinioni che essi hanno delle cose”. Il fatto di sbagliare non è in sé un problema, sono le conseguenze che possono creare il problema.

Se noi consideriamo l’errore a partire dalla persona, prendendo come riferimento la persona, ci accorgiamo che il cambiamento è molto difficile.

Dentro di noi ci sono diverse personalità ma la vita, spesso, ci mette di fronte alla necessità di scegliere solo una parte di noi stessi, trovando dei compromessi. È necessario essere flessibili e non innamorarsi di un solo ruolo, perché non è eterno. Le personalità che soffochiamo, infatti, prima o poi emergono portando a una crisi: non riusciamo più a capire chi siamo e cosa vogliamo realmente.

L’uomo ha delle potenzialità, delle energie al suo interno che lo portano a fare quello che gli piace e quello che ama. Bisogna seguire queste potenzialità perché, se è vero che non possiamo controllare i comportamenti degli altri, possiamo controllare e scegliere i nostri: se siamo disponibili a dare indipendentemente da ciò che riceviamo saremo anche meno toccati dalle delusioni causate dagli altri.

Come esseri umani abbiamo anche dei bisogni, ma dobbiamo imparare a non seguire solo quelli perché ciò ci porterà ad essere perennemente insoddisfatti e delusi da coloro che non soddisfano i nostri bisogni.

Il termine “errore” deriva da “errare”, che significa “andar vagando senza sapere dove, senza consiglio, come brancolando fra le tenebre”.

L’errore è un risultato, è un insuccesso legato a un obiettivo da conseguire, ma il negativo che lo caratterizza esiste solo nella nostra mente ed è relazionato al concetto che abbiamo di bene e di male. Nel Cristianesimo l’errore è visto come peccato; secondo il Taoismo, invece, ogni effetto contiene sempre il seme del suo opposto: ogni scelta contiene sempre una percentuale di errore.

L’errore ci provoca prima paura e poi delusione ed è perciò necessario imparare a gestirlo: non deve essere visto come un giudizio, bensì come un contributo per crescere e per far crescere. Fare un errore non significa essere sbagliati.

Dall’errore possono derivare anche dei rischi:

  • Deresponsabilizzazione → per non sbagliare ci si rifugia nelle regole, che sono viste come un riferimento.
  • Concretezza, semplificazione → è una scusa per limitarci a fare ciò che capiamo, ci toglie la visione di lungo periodo.
  • Fuga nell’utopia → ci porta ad avere visioni di sogno.

Per imparare non basta capire, bisogna provare. Chi fa qualcosa, chi agisce va incontro all’errore: qualche volta si vince, tutte le altre volte si impara. 

Se la natura procede per tentativi, errori, successi, chi siamo noi per non fare la stessa cosa? Bisogna considerare l’errore un modo per apprendere e per migliorare: difficilmente si impara qualcosa quando si ha successo e basta. Inoltre è importante ricordare che quasi sempre si può correggere un errore: bisogna, però, saperlo riconoscere e avere il coraggio di accettarlo.

L’errore è quasi sempre un imprevisto, un incidente ma il pensiero del fallimento genera bassa autostima, vergogna e senso di colpa da cui è necessario liberarsi. Da questi sentimenti nascono, infatti, comportamenti estremamente negativi: la paura provoca violenza e il senso di colpa provoca arroganza. Possiamo provare a prevenire l’errore attraverso la preparazione, ma è fondamentale prepararsi comunque a gestire gli errori perché è impossibile non sbagliare. Bisogna avere più piani, essere pronti al cambiamento e decidere dove e quando fermarsi.
Tutti possono cadere ma è nella nostra natura alzarci e continuare. La nostra forza sta nel non rinunciare facilmente, nel resistere di più. La capacità di rialzarsi è molto più importante della capacità di correre veloce.

Nel pomeriggio abbiamo avuto ancora una volta l’occasione di metterci all’ascolto e di crescere e arricchirci grazie alle testimonianze di tre personalità di spicco del territorio.

Il primo imprenditore che abbiamo avuto l’onore di incontrare è stato Maurizio Crippa, che durante la sua vita professionale ha ricoperto innumerevoli ruoli negli ambiti più disparati.

Maurizio Crippa


Il suo racconto è iniziato con una riflessione sulla parola “testimonianza”. Secondo Crippa ascoltare una testimonianza è come andare in una galleria d’arte e vedere stili diversi. I quadri, così come le testimonianze,  sono tutti diversi tra loro e di fronte ad essi ciascuno si confronta e porta a casa suggestioni e sensazioni diverse.
Nella sua vita, Crippa ha avuto la fortuna di aver incontrato moltissime persone significative e che sono state per lui fonte di ispirazione e di crescita.
Molte sono state anche le testimonianze che, spesso, lo hanno aiutato a comprendere quale fosse la strada da seguire, quali fossero le sue inclinazioni, i suoi valori, chi e cosa volesse diventare ma anche chi e cosa non avrebbe voluto diventare.
La testimonianza ci apre degli orizzonti, ci fa conoscere angoli e sfaccettature che non avevamo mai visto o che avevamo, fino a quel momento, visto con altri occhi. È un’occasione di confronto per conoscere meglio noi stessi e scoprire le nostre inclinazioni, attraverso i racconti di un altro.

Crippa è un ottimista, è un fiducioso e si definisce un “aggregatore e facilitatore di persone che sanno”. Nella sua vita, infatti, ha dovuto, spesso, dare fiducia e spazio ai suoi collaboratori ed è sempre stato entusiasta e felice di farlo.
La sua vita personale è stata caratterizzata e fortemente influenzata dalla sua famiglia d’origine e dallo Scoutismo, da cui ha imparato molte cose che lo hanno accompagnato e che gli sono state utili durante tutta la sua vita, personale e professionale: forte senso dell’impegno, attenzione agli altri, metodo nel fare le cose ed essere capo.

Ha frequentato l’istituto per geometri, ma poco dopo aver iniziato ha capito che il suo sogno era quello di seguire le orme del padre, ovvero di fare il dirigente in un’azienda. Per questo dopo il diploma si è iscritto alla facoltà di Economia e Commercio e ha conseguito un master in strategie di business.
La narrazione professionale, invece, si snoda in 5 vite diverse: vita aziendale, amministratore di società, direttore di Confindustria, imprenditore pubblico e privato, volontario.
La sua vita aziendale è cominciata l’8 ottobre 1973 ed è finita il 31 dicembre 1990 presso la Fiocchi, azienda dove lavorava il padre. In questo periodo della sua vita Crippa ha ricoperto il ruolo di responsabile del personale: aveva una forte inclinazione verso il mondo operaio, verso le persone che avevano poca voce ed era convinto che sarebbe stato possibile aiutare queste persone non stando dalla loro parte, bensì stando dalla “controparte”.
È diventato, poi, amministratore, prima della Fiocchi Holdings e poi di altre società e qui ha acquisito una visione strategica e ha compreso l’importanza della collaborazione e della disponibilità.
Durante la sua esperienza come direttore di Confindustria Lombardia, punti fermi e fondamentali sono stati per lui il rispetto dei ruoli, la fiducia e il senso di responsabilità.
Essere imprenditore è stata un’esperienza difficile e impegnativa che, però, ha insegnato a Crippa il senso della responsabilità, l’importanza della competenza e del sapere incoraggiare i propri collaboratori.
Il volontariato non l’ha mai abbandonato nel corso di tutta la sua vita ed è grazie a queste numerose esperienze che ha compreso fino in fondo l’importanza dell’amore e del rispetto verso gli altri, soprattutto verso le persone semplici e più “deboli”, che si rivelano, però, essere le più autentiche.

La sua vita professionale e quella personale si sovrappongono: una si riflette sull’altra. È importante essere coerenti, ed è questo il segreto per avere equilibrio.

Crippa ha, poi, passato la parola a Davide Pozzi, che ricopre il ruolo di amministratore delegato nella multinazionale svedese Seco Tools, uno dei fornitori più importanti a livello globale di soluzioni di fresatura, tornitura, lavorazione fori, sistemi di utensili e lavorazioni ad asportazione di truciolo.

Davide Pozzi
Davide Pozzi

Uno dei punti fermi di Seco è la sostenibilità: per operare in maniera sostenibile, occorre agire con responsabilità finanziaria, ambientale e sociale. Tre sono i principali obiettivi strategici: aumentare la circolarità in modo da ridurre gli sprechi, ridurre l’impatto climatico e investire nella sicurezza sul lavoro.
Come azienda Seco, infatti, si impegna per garantire un ambiente di lavoro sicuro e sano con pari condizioni e opportunità per tutti i dipendenti. Oltre alla sicurezza fisica di fondamentale importanza è anche la sicurezza psicologica: nessuno si deve sentire escluso, in difficoltà, inutile. Tutti sono importanti, tutti svolgono un ruolo indispensabile per l’azienda ed è importante che ogni singolo dipendente sia consapevole di ciò.
L’idea centrale è quella di dare fiducia alle persone con la convinzione che queste, quando ne hanno la possibilità, si impegnino per contribuire al benessere dell’azienda. Tutti coloro che lavorano con o per Seco devono remare nella stessa direzione, devono avere gli stessi obiettivi e valori. È fondamentale l’aiuto e l’impegno di ciascuno.
Bisogna fare in modo che i dipendenti amino la loro azienda per primi, devono essere stimolati e sentirsi parte di qualcosa con cui condividono ideali e valori: solo così anche i clienti potranno arrivare ad apprezzare e stimare l’azienda.

Tre sono i valori di Seco: la passione per i clienti, lo spirito di famiglia e l’impegno personale.
La passione per i clienti si basa sulla convinzione che l’impegno e la dedizione verso il cliente creino relazioni di fiducia a lungo termine. Il cliente deve sempre essere messo al centro, è grazie ai clienti e ai rapporti con loro se Seco è diventata quello che è oggi.
Lo spirito di famiglia: tutti i dipendenti appartengono a un’unica famiglia in cui ognuno condivide le proprie conoscenze e il proprio valore di individuo.
L’impegno personale, poi, è fonte di successo e miglioramenti. È nell’interesse comune di tutti lavorare duramente e continuamente per trovare soluzioni innovative e di qualità superiore.

Di fondamentale importanza è il team, bisogna riuscire a lavorare con e per il gruppo, condividendone idee e obiettivi. La capacità di lavorare in gruppo, di relazionarsi positivamente con i collaboratori e di andare tutti nella stessa direzione è vista dall’azienda come una qualità fondamentale e imprescindibile. È difficile, infatti, che un’azienda punti sul fuoriclasse, che, pur avendo competenze straordinarie, spesso non è in grado di stare in team e tende a portare scompiglio e conflitto.

Cosa deve fare un leader in azienda? Innanzitutto deve creare le condizioni affinché il team abbia successo e possa contribuire ai risultati dell’azienda. L’amministratore non può conoscere tutto, deve dare fiducia e spazio ai suoi collaboratori.
Deve, quindi, concentrarsi sulla possibilità che le persone intorno a lui prendano decisioni, assumendosi allo stesso tempo la responsabilità di quelle stesse decisioni.
Il leader deve avere, sì, il coraggio di prendere l’iniziativa quando è più difficile, ma deve anche essere in grado di creare un atteggiamento interfunzionale per avere successo.

Il consiglio che ci lascia Pozzi per quando faremo, finalmente, ingresso nel mondo del lavoro è quello di entrare in azienda in punta di piedi, senza pretendere niente e ponendoci nella condizione di imparare e crescere.

Infine abbiamo avuto il piacere di incontrare Monsignor Franco Cecchin, che è stato prevosto a Lecco per molti anni e che oggi è assistente diocesano della terza età.

Monsignor_Franco_Cecchin
Monsignor Franco Cecchin


Don Franco, come ama farsi chiamare dai suoi parrocchiani, non si sente un sacerdote in pensione, per lui ogni giorno che passa è sempre e ancora un’occasione.

Siamo passati da una società dell’oggettività in cui il rischio era quello del formalismo e ci ritroviamo oggi in un mondo che mette in risalto la soggettività, l’uomo e la donna. Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza per coltivare e costruire l’umanità e il progresso della società non è contro Dio ma è la continuazione della creazione di Dio. Il rischio di questa società contemporanea, tuttavia, è l’individualismo, l’egoismo: non dobbiamo cadere nell’errore di pensare solo a noi stessi, dobbiamo prendere sul serio il fatto di essere tutti fratelli, figli dello stesso Dio. Come spesso dice Papa Francesco: “Nessuno si salva da solo, ci si può salvare unicamente insieme”.
Oggi più che mai serve un salto di qualità globale, ognuno deve fare il suo ma è necessario avere una visione più grande.

Siamo arrivati ad un punto in cui non solo la Chiesa, ma anche il Cristianesimo è diventato irrilevante. In realtà è una risorsa importantissima ed oggi abbiamo la grande opportunità per riscoprire che la fede è il cuore di ogni realtà. La Chiesa deve avere la capacità di porsi con empatia nei confronti delle persone. Cecchin è una persona estremamente empatica: quando si rapporta con una persona si mette all’ascolto, entra nel suo vissuto ed è in grado di riconoscere in ciascuno il volto di Dio. Grazie al suo enorme entusiasmo per la vita e grazie al modo in cui è in grado di rapportarsi alla gente, le persone tendono ad aprirsi e a confidarsi con lui.

È con lo stile della sua vita che Monsignor Cecchin testimonia che Gesù è risorto. Essere gentile e perdonare tutti, anche coloro che si pongono in modo aggressivo verso di noi: così si annuncia Gesù Cristo.
Gesù è venuto a donarci l’amore per essere capaci di amare. E l’essere amati viene prima dell’amare: noi ci siamo perché siamo stati amati da un uomo e da una donna.
Bisogna prendere sul serio l’essere amato da Dio perché più ci lasciamo amare da Dio più abbiamo la capacità di fare altrettanto. Noi diamo amore nella misura in cui lo riceviamo.

Infine ci ha donato un prezioso consiglio, ovvero quello di farci aiutare in modo da essere in grado di leggere la nostra situazione ed esplorare ed accogliere le opportunità che ci si presentano. È importante ricordare, inoltre, che una persona è grande non perché fa cose grandi ma perché vive in modo grande le piccole cose che fa ogni giorno.

Martina Vassena

SABATO 8 MAGGIO – LA RESPONSABILITA’ SOCIALE D’IMPRESA.

La mattina di sabato 8 maggio ha visto l’intervento di
Angelo Cortesi, a noi già noto grazie ai suoi contributi delle precedenti giornate di Master.
L’argomento da lui esposto è la responsabilità civile e sociale d’impresa. Ritengo sia un tema tanto essenziale oggi quanto profondamente delicato.

Angelo Cortesi

Inizierei condividendo una frase che credo ben si adatti con quanto ho potuto apprendere: “Le tue convinzioni diventano i tuoi pensieri, i tuoi pensieri diventano le tue parole, le tue parole diventano i tuoi
comportamenti, i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini, le tue abitudini diventano i tuoi valori, i tuoi valori diventano il tuo destino.”
(Mahatma Gandhi).


L’intervento si è aperto con una domanda-provocazione: cos’è una società responsabile? Il cammino fatto durante la lezione ci ha portato a rispondere al quesito affermando che si tratti di un’impresa in grado di farsi di rispondere alle conseguenze delle proprie azioni (dal latino “responsus”, rispondere) e capace di farsi carico di ciò che rappresenta per se stessa e per tutto ciò che la circonda (dal latino “res-ponsus”, il peso della cosa). Questo concetto corrisponde con l’idea di fabbrica
civile e responsabile elaborata da Adriano Olivetti: un’azienda dove c’è giustizia, dove è presente il progresso, dove convivono e sono interdipendenti tra loro bellezza, amore, carità e tolleranza, un’azienda etica ed estetica.
Purtroppo questa visione di responsabilità civile e sociale d’impresa si trova nettamente in contrato con il pensiero comune della maggioranza delle aziende, in particolar modo multinazionali, presenti e diffuse oggigiorno in tutto il mondo.
Queste si fondano sull’idea neoliberalista per la quale il principio cardine per un’impresa sia rappresentato interamente ed unicamente dal business. Il mercato è totalmente privo di una regolamentazione in quanto si ritiene essere in grado di autoregolarsi e la massimizzazione del profitto è ciò a cui si tende. Scontato sottolineare che un mercato senza regole favorisce comportamenti scorretti e totalmente irresponsabili: ne sono la prova i numerosi effetti disastrosi in cui sono
incappate numerose aziende come Nestlè , Deutsch Bank o Nike.

Ad accentuare queste crisi si è inserito anche il progredire della globalizzazione, processo positivo per alcuni aspetti ma decisamente disastroso per altri. Frutto di scelte politiche e non naturali, la globalizzazione è partita da basi ed idee con connotazioni positive per
finire a rappresentare, attraverso delocalizzazione e standardizzazione di prodotti, una realtà ancora più svantaggiata per le classi sociali che avrebbero dovuto trarne beneficio e intrinsecamente ricca di disuguaglianze.
Proprio in questo contesto di incertezza, per non dire mancanza, di valori etici e di responsabilità, si fa avanti il concetto di responsabilità sociale d’impresa. Questo inizia a prendere forma a partire dal 1932 con Berle quando si scinde l’idea di proprietà da quella di management. L’impresa viene vista come contenitore di bisogni e necessità di vari soggetti (stakeholders), come una realtà in cui sono presenti norme
etiche volontarie ed universali e come un connubio e integrazione di questioni sociali, ambientali, etiche, temi relativi a diritti umani e alle richieste dei vari clienti.


Arrivati a questo punto ci è stato chiesto perché un’impresa dovrebbe diventare responsabile? Le motivazioni essenziali sono due, perché le esternalità che si verrebbero a creare in caso di non responsabilità sono essenzialmente negative (vedi distruzione ambiente e comunità, creazione diseguaglianze, estraniazione della democrazia) e perché questo rappresenterebbe un moltiplicatore di benefici sia per
le imprese stesse e sia per ambiente ed il contesto in cui operano.
Viene da chiedersi ora la motivazione per la quale poche, rarissime, azienda abbiano intrapreso questo percorso verso la responsabilità sociale e civile d’impresa.
Innanzitutto perché costa, in termini economici, di tempo e di impegno ed in secondo luogo perché ad oggi non esiste una cultura della responsabilità condivisa in grado di formare imprenditori ed imprenditrici del futuro.
Il cammino è da poco iniziato e pare una montagna difficile da scalare; tuttavia alcune aziende si stanno muovendo verso questa direzione a piccoli ma importanti passi. Ci auguriamo che questi rappresentino le goccioline fondamentali ed essenziali per
andare a creare un oceano.

Marianna Rigamondi

Venerdì 7 MAGGIO – VIDEOGAMES – TESTIMONIANZE IMPRENDITORIALI

Venerdì mattina abbiamo affrontato, con Alessio Sperlinga, la tematica del gioco.

Alessio Sperlinga

Si è parlato, in particolare, della “realtà in gioco”; di come sia possibile simulare la nostra realtà in un gioco. Una realtà che per molti è più avvincente e coinvolgente della realtà empirica.

Facciamo, però, un passo indietro. Quando si parla di gioco, si parla non solo di sport o giochi in scatola, ma anche, appunto, di giochi che riproducono la realtà in dimensione virtuale. Giochi che ci proiettano in uno spazio parallelo e che chiamiamo giochi online o videogames.

Quello che subito è stato sottolineato è la diffidenza e la scarsa considerazione che molti hanno nei confronti di questi giochi.

Perché allo sport viene dato un valore e un’importanza che i giochi e i videogames non ricevono?

Perché lo sport e le nostre capacità e formazioni sportive vengono citate nei nostri curricula, mentre nessuno scriverebbe che gioca ai videogames?

È interessante focalizzare l’attenzione sul verbo “giocare” e notare la sua diversa valenza, a seconda di come venga utilizzato: se dicessimo, ad esempio, “gioco a tennis”, l’enfasi si sposterebbe sulla parola “tennis”, attribuendo alla frase e al gioco stesso una certa aurea; ma, se dicessimo “gioco a Candy Crush”, l’attenzione, quasi sicuramente, si soffermerebbe solo sul verbo “gioco”, in un’accezione quasi blanda.

Di per sé, nelle due frasi cambia la tipologia di gioco, ma l’intento, la realtà di ciò che stiamo facendo, l’attività che svolgiamo, ruotano sempre attorno al concetto del “giocare”.

Perché, dunque, in un caso “giocare” risulta serio e apprezzabile, mentre nell’altro caso risulta quasi frivolo e secondario? Insomma, concetti simili, ma reazioni diverse?

Questo ci fa capire come, evidentemente, il problema risieda nel forte pregiudizio che abbiamo sui giochi. Pregiudizi che creano una chiusura mentale nella visione e percezione comune della società su questa tematica.

Chi gioca, chi ama giocare e chi vive queste realtà virtuali, spesso non viene compreso, viene visto come un alieno che vive rinchiuso nella sua camera, davanti a uno schermo, estraniandosi da tutto e da tutti.

Ogni situazione deve, però, essere inquadrata e analizzata da entrambi i lati della medaglia.

Così, per andare oltre la visione comune e per cercare di capire cosa succede “dall’altra parte”, abbiamo citato la nota scrittrice Jane McGonigal. Questa donna scrive e racconta la realtà in gioco e come il gioco presenti grandi potenzialità che la realtà stessa non conosce o non può offrire.

È emerso, in primis, che i giocatori abbandonano la realtà per mancanza di soddisfazioni, di una vita piena o di una comunità stimolante. Le persone trovano rifugio e sfogo in questa sorta di mondo parallelo, dove tutto il reale può essere riprodotto, vissuto e condiviso. Un mondo in cui cresce la motivazione di fare, di perseguire, perché nel gioco esiste sempre un obiettivo ed è sempre raggiungibile.

Nei giochi siamo stimolati a superare ostacoli non necessari, ma lo facciamo perché non esiste la paura del fallimento. Fallire, deludere, rischiare senza certezze sono, invece, delle costanti nella vita reale.

Queste affermazioni sembrano già dimostrare che qualcosa nella realtà non funziona.

Perché tante, troppe persone tentano ogni giorno la fuga dalla realtà empirica? Perché tutte queste insoddisfazioni? Forse la società, col tempo, pone troppi obiettivi, troppe aspettative; ma il più delle volte, questi obiettivi sono irraggiungibili, impossibili. La nostra mente non è disposta a disperdere energie in qualcosa che richiede sforzi, per lo più, non ricambiati. Questo stato mentale e questo ostacolo, talvolta, generano, infatti, depressione.

Il gioco sembra non conoscere questa sensazione; anzi, pare che il gioco generi, piuttosto, un’attivazione emozionale di grado positivo.

Con i giochi tendiamo a concentrare le nostre energie su qualcosa in cui siamo bravi e che ci piace. Questo genera ottimismo e determinazione in ciò che facciamo. Un ottimismo che spesso non troviamo nel nostro lavoro o nei nostri studi; forse, perché non sempre ci troviamo a fare ciò che avremmo voluto, o magari ci troviamo a farlo, ma in un contesto poco stimolante, con persone attorno che non ci motivano e non ci gratificano. Da ciò può derivare una situazione di bornout, di stress e logoramento.

Stati emotivi che non appartengono alla realtà del gioco, anche perché qui possiamo decidere noi quando iniziare e quando fermarci. Possiamo decidere i nostri tempi; e al tempo stesso impedirci di cadere nella dipendenza.

Si crea dunque una sorta di mondo “quasi perfetto” in cui, oltremodo, si instaurano e tessono reti sociali e parasociali molto solide. Rapporti e legami interpersonali che nel mondo reale, invece, si sono fatti sempre più deboli.

Un mondo, quello del gioco, che sembra conferire a tutto ciò che si fa e si crea un aspetto quasi epico. L’eroicità dei nostri gesti, nella vita reale, sembra un altro step sconosciuto. Tutto è omologato, tutti sembrano fare le stesse cose, tutti vogliono le stesse cose; e ogni gesto, anche il più profondo, sembra non assumere più valore.

Da questo quadro, appare chiaro, almeno per Jane McGonigal, chi sia il vincitore della partita tra realtà e gioco.

Alla luce di tutte queste scoperte e constatazioni, in qualche modo sorprendenti, dovremmo quindi domandarci “cosa non va là fuori?”.

Dovremmo sì, cercare soluzioni alternative in queste realtà parallele, ma, forse, prendere anche spunto da tutte le considerazioni viste e cercare di riparare e ritrovare fiducia e speranza nel genere umano e nel mondo empirico.

Il gioco può essere una valida alternativa, ma la realtà non può essere abbandonata. La realtà va salvata.

Si è parlato di realtà in gioco; forse, dovremmo adoperarci per portare le potenzialità del gioco nella realtà.

Il pomeriggio ha visto, invece, come ospiti, due donne: determinate e senza paura.

Nella prima metà del pomeriggio, abbiamo avuto l’occasione di confrontarci con Gabriola Chetta, presidente della “Cooperativa sociale Onlus Ippocampo”, con sede a Vimercate.

Con il nome Ippocampo, oltre a voler richiamare l’immagine del cavalluccio marino – e quindi la bellezza della diversità in natura -, nonché la creatura mitologica greca, si è voluto richiamare quella parte del cervello adibita all’apprendimento.

L’associazione di Gabriola, infatti, opera proprio in questo ambito; e precisamente si occupa delle diverse strategie di apprendimento (Dsapp), ossia di quelle tecniche approntate, studiate e ricercate per facilitare e favorire l’apprendimento di ragazzi e persone con dislessia, discalculia, disortografia e via dicendo.

Nella vita di Gabriola, la curiosità in questo campo, è nata circa 8 anni fa, quando ha scoperto la dislessia della figlia. Ha iniziato, così, a informarsi, a chiedere e a voler andare oltre quelli che sono i riscontri e le ricerche di natura esclusivamente medica. Ha cercato qualcuno che potesse parlarle di com’è e come funziona la mente di una persona dislessica.

Il primo passo da compiere in questo lavoro, secondo la nostra ospite, è quello di far acquisire alle persone con DSA (Disturbi specifici dell’apprendimento), non solo una certificazione in merito a tali “disturbi”, ma anche e soprattutto, una certa consapevolezza e autostima. Una persona che si vede riconosciuta e certificata la propria “peculiarità”, si sente in qualche modo identificata e aiutata; al tempo stesso però, non deve sentirsi “marchiata” o catalogata.

È per sventare questo pericolo che intervengono gli aiuti e i sostegni di persone come Gabriola e la sua Cooperativa: cercare dei metodi e dei percorsi per far crescere l’autostima di queste persone, la consapevolezza di sé e di come i propri limiti non siano nulla a confronto delle proprie qualità. I limiti stessi, talvolta, possono essere trasformati in qualità.

Un po’ come, un tempo, si parlava di disdestria, un deficit di manualità nell’utilizzo della mano destra, e oggi si parla, semplicemente, di persone MANCINE.

Ecco che il loro sogno è quello di far compiere questo salto di qualità anche a tutte le forme di “difficoltà di apprendimento”: vederle non più come un problema, ma come un’alternativa di apprendimento; non come una difficoltà, ma come “un’opportunità” che permette loro di sviluppare maggiormente altre doti.

Ciò di cui ci si rende conto, infatti, è che ad essere sempre sottolineate sono le difficoltà di queste persone; nessuno parla, invece, delle loro potenzialità.

In queste persone ci sono, infatti, qualità che trovano terreno fertile, più che in altre: la creatività, la visione olistica, lo sviluppo del pensiero laterale, ma anche una velocità di pensiero visivo, per citarne alcune.

Quello che Gabriola ci ha trasmesso è che ogni aspetto della vita, seppur difficile o diverso, cela sempre il suo lato positivo e sorprendente. Ciò che conta è permettere a questo lato di emergere.

                                                                                                              Gabriola Chetta

La seconda ospite della giornata è stata Sheila Barone, anche lei masterizzata nel panorama Lecco 100, qualche anno fa.

Sheila è stata un’atleta agonista nel salto triplo. Un percorso che, sicuramente, ha influito, rafforzandole, sulla sua determinazione, grinta e capacità di non abbattersi davanti agli ostacoli.

Una ragazza che ha fatto un grande salto in lungo anche nella sua carriera lavorativa.

                                                         Sheila Barone

Dopo aver lavorato per qualche anno in Samsung, oggi Sheila si trova a gestire per conto di Huawei, i rapporti con Vodafone e la sua clientela.

Abbiamo avuto occasione di ascoltare il modo in cui si lavora in queste società; abbiamo visionato come vengono preparati i cartelloni pubblicitari e come la tipologia del prodotto, la qualità, la categoria di destinazione, il prezzo e il valore del prodotto finale, siano in qualche modo apprendibili dal livello qualitativo pubblicitario. La qualità della grafica, della carta utilizzata, le dimensioni della pubblicità, gli investimenti effettuati, testimoniano se si tratta di un prodotto top di gamma, o di un prodotto più commerciale e ad uso comune.

Oltre ad una visione del lavoro, nella sua parte pratica, quello che ha colpito, nella testimonianza di Sheila, è come – pur parlando di due società, entrambe operanti nel campo della telefonia -, la cultura lavorativa di chi presiede queste società, muti sotto alcuni aspetti di politica e visioni interne.

Oltre al fatto che Samsung è una società sudcoreana quotata in Borsa, mentre Huawei è una società cinese, che possiamo definire “familiare” – non quotata.

Quello che alla fine di questa giornata aggiungiamo al nostro bagaglio culturale e sociale – dal gioco, alle testimonianze delle due ospiti – è che ogni situazione deve essere valutata a 360 gradi. Ogni persona, ogni racconto e ogni realtà possono apparire in un modo, ma noi non dobbiamo perdere la curiosità di andare oltre; perché “oltre” possiamo scoprire verità a cui nemmeno la nostra fantasia sarebbe stata in grado di accedere.

Olivia M.S. Corbetta

SABATO 24 APRILE – LA GESTIONE DELLA PAURA

La mattinata di sabato 24 aprile è stata all’insegna della paura. Il docente Alessio Sperlinga ha proposto una lezione sulla gestione della paura.

Alessio Sperlinga

Muovendo dall’assunto che la natura non fa nulla di inutile e che quindi anche la paura non sia una emozione insensata bensì abbia uno scopo e può essere anche sfruttata come una strategia di sopravvivenza.

Successivamente è stato affrontato il tema della paura “nella mente” dando particolare enfasi alle fasi del lutto.

L’incontro è terminato con l’analisi della negoziazione con la paura in quanto non essendo possibile non avere paura è necessario saperla gestire e per aiutare in ciò è necessario adottare delle strategie.

Luca Seveso

VENERDì 23 APRILE – TESTIMONIANZE IMPRENDITORIALI

La giornata del Master di venerdì 23 aprile si è aperta con il secondo incontro con Laura Suma, district sales consultant di Manpower group.

Laura Suma

La mattinata è stata incentrata sulla preparazione per un colloquio di lavoro guidati dai consigli della esperta Sig.ra Suma.

L’incontro si è mosso da un questionario sul mondo del lavoro sfatando falsi miti e credenze. Successivamente sono stati passati in disamina i canali per scovare offerte di lavoro come su Linkedin, gli annunci sui giornali etc. Poi è stato esaminato il processo di selezione dedicando particolare attenzione ad un particolare momento dell’iter di selezione ovvero l’assessment di gruppo. L’argomento è stato fonte di grande dialogo grazie anche alle esperienze vissute da qualche alunno.

L’incontro è poi proseguito parlando dell’atteggiamento da tenere nei confronti del selezionatore con degli utili spunti di riflessione e “tips” da tenere a mente come, ad esempio, ricordarsi sempre che il selezionatore non è un amico anche se si può porre con un atteggiamento tale da farlo sembrare.

L’incontro è terminato con delle brevi “simulazioni” di domande tipiche di un colloquio di lavoro.

La lezione è stata particolarmente interattiva e coinvolgente con una elevata partecipazione degli studenti.

Il pomeriggio del medesimo giorno sono intervenuti 3 personaggi di rilievo. Il primo ad intervenire è stato Franco Paltani, AD di TechnoTrade Group.

Franco Paltani

Techno Trade Group è una aggregazione di aziende su tutto il territorio italiano. Lo scopo dell’aggregazione è quello di fornire servizi e sistemi atti a migliorare margini e vendite delle aziende che ne fanno parte. Con l’orgoglio di poter far crescere il Made in Italy. Il Sig. Paltani ha portato uno speech riguardante il mondo del lavoro e in particolare sul processo di selezione, enfatizzando particolarmente il concetto della necessità di differenziarsi per emergere nella “marea” di curriculum che le aziende ricevono. Ha rimarcato particolarmente l’importanza dello studio inteso come preparazione all’incontro con l’azienda per la quale si sta applicando. Particolare enfasi è stata anche data alla innovazione e all’apporto di valore che un candidato dovrebbe portare all’azienda per poter emergere tra i candidati e riuscire a farsi selezionare.

Il secondo ospite del pomeriggio è stato Simone Re, ex allievo del master Lecco 100 e co-owner e manager dell’azienda Digitech Innovation srl.

Simone Re

Ha raccontato la sua esperienza nell’azienda di famiglia e di come sia stato in grado di reinventarsi passando da un profilo informatico applicativo ad uno manageriale.

Il terzo ospite è stata Katia Sala, ex direttrice di Teleunica.

Katia Sala

La Sig.ra Sala ha raccontato con passione ed emozione il suo percorso giornalistico raccontando le differenze tra giornalismo locale e giornalismo nazionale con i suoi pro e contro. Infine, la Sig.ra Sala ha raccontato della sua voglia di cambiamento che l’ha spinta a lasciare la direzione di Teleunica per intraprendere la sua nuova attività, sempre nel campo della comunicazione.

Come ogni incontro con gli imprenditori, il pomeriggio ha permesso di cogliere numerosi spunti di riflessione.

Luca Seveso

SABATO 18 APRILE – ECONOMIA CIVILE

La lezione di sabato 17 aprile è stata un po’ inquietante, ma a mio avviso utilissima per renderci davvero conto delle conseguenze che l’economia capitalistica, basata sul consumo e sull’accrescimento del profitto, ha portato e continuerà a portare se non agiremo tutti per contrastarla. Angelo Cortesi ci ha mostrato una nuova economia, che ha come obiettivo il raggiungimento del benessere reale dell’uomo, più importante della quantità dei suoi consumi, ovvero l’economia civile.

Angelo Cortesi

Cortesi ci ha mostrato le conseguenze principali dell’economia capitalistica, ossia il ruolo sempre più preponderante della finanza, l’emergenza ambientale e la crescente diseguaglianza sociale.

La “finanziarizzazione” dell’economia, ovvero la crescita esponenziale del ruolo che la finanza riveste nell’economia mondiale, ha portato all’accrescimento della speculazione finanziaria, che non crea ricchezza, ma si limita a spostarla dalle mani di qualcuno nelle mani di qualcun altro. Ciò ha causato il cosiddetto “turbocapitalismo”, orientato solamente al profitto e considerato da molti una delle cause principali della crisi finanziaria del 2008, in concomitanza con “l’avidità miope dell’uomo spinta da una teoria economica schizofrenica e riduzionista: verso l’uomo, l’impresa ed il valore”. Infatti, la massimizzazione del profitto, la visione limitata al breve periodo e l’esclusivo tornaconto personale, hanno portato all’autodistruzione di diverse imprese, all’aumento della diseguaglianza sociale, resa ancora più grave dal fatto che i paesi ricchi tendono a dare priorità ai fini sbagliati e ad una grave emergenza ambientale, causata dallo sfruttamento incontrollato delle risorse e dall’inquinamento.

Cortesi, in seguito, ci ha mostrato uno studio che dimostra come le diseguaglianze incidano negativamente sul benessere del paese, causando molte problematiche sociali come la violenza, la tossicodipendenza e l’ignoranza. I paesi diseguali sono più a rischio di guerre e addirittura di perdere la democrazia.

Dopo questa panoramica, ci è stato chiesto: stiamo sbagliando qualcosa? È emerso che molte persone, a volte anche noi in prima persona, non vogliamo vedere il problema, si tende a minimizzarlo, facendo emergere l’individualismo che purtroppo sta dilagando, a discapito di una visione di comunità. Inoltre, è stato fatto notare che si sentono molte parole e si vedono pochi fatti, soprattutto da parte delle grandi aziende e che serve un cambio di mentalità, ci deve essere una svolta per costruire un mondo diverso e un futuro migliore.

Una delle possibili soluzioni potrebbe essere iniziare a fare informazione già nelle scuole, tra i bambini e i giovani, in modo che diventino adulti consapevoli e che portino questa consapevolezza anche a casa, influenzando i genitori. Infatti, il ragionamento logico espresso da un bambino ha un impatto molto forte sull’adulto.

In seguito, Angelo ci ha mostrato l’agenda ONU con gli obiettivi per il 2030, sottoscritta da 193 stati. Essi includono lo sviluppo sostenibile, che è “l’unico piano disponibile per salvare l’unico pianeta che abbiamo”. Lo sviluppo sostenibile consiste nel soddisfacimento dei bisogni delle attuali generazioni, senza però compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri.

Questi obiettivi dimostrano che la speranza per il futuro esiste ancora e per migliorare la situazione sarebbe utile che tutte le aziende iniziassero a praticare l’economia civile, basata su fiducia, sostenibilità, reciprocità, cooperazione, responsabilità. Tuttavia, non basta il cambiamento delle aziende, per una svolta etica e sostenibile è assolutamente necessario il cambiamento delle persone, degli individui che compongono la società. Deve esserci un connubio tra imprese e cittadini responsabili.

Per conseguire questa meta, tutti noi siamo chiamati a partecipare attivamente nelle istituzioni, a fare delle scelte economiche seguendo dei principi, per esempio “votare col portafoglio”, ovvero premiare aziende capaci di dare valore sociale, economico e ambientale attraverso i nostri acquisti e al contempo punire quelle che adottano comportamenti non equi, non sostenibili e non trasparenti.

In conclusione, Cortesi ci ha esortato ad essere consapevoli che il mondo non migliorerà da solo, ma servirà l’impegno di ognuno di noi, quindi dobbiamo smettere di pensare che le nostre piccole azioni virtuose siano inutili e continuare ad adottare comportamenti sostenibili, a prescindere dal fatto che qualcun altro non lo faccia o che qualcuno ci dica che è inutile.  

Rachele Offredi

VENERDì 16 Aprile – SICUREZZA INFORMATICA – TESTIMONIANZE IMPRENDITORIALI

Durante la mattinata di venerdì 16 aprile con Alessio Sperlinga abbiamo trattato il tema della sicurezza informatica.

Alessio Sperlinga

La nostra società è basata sulla fiducia, tuttavia, sempre più spesso, alcune persone sfruttano essa per appropriarsi illegalmente di dati e addirittura identità altrui. Per questo motivo è molto utile avere delle conoscenze di base sui possibili attacchi informatici di cui potremmo essere le prossime vittime e su come prevenirli, proteggerci e reagire.

Abbiamo parlato delle potenzialità e dei limiti della rete, di dati personali e libertà, in particolare della costruzione della nostra identità da parte di motori di ricerca, i quali immagazzinano informazioni su di noi, sulle nostre preferenze, su ciò che ci piace, così da chiuderci in un profilo specifico, per esempio per far apparire delle pubblicità mirate sulle nostre pagine web. Questa identità costruita intorno a noi, spesso non corrisponde a quella vera, perché non la creiamo liberamente, ma è frutto di un insieme di dati.  

Ciò ha portato ad una riflessione sul grosso problema della mancanza di privacy, spesso sottovalutato da molti che “non hanno niente da nascondere”, ma non si rendono conto che le nostre informazioni personali, se nelle mani sbagliate, possono portare a conseguenze molto gravi. Un esempio sono i regimi dittatoriali, dove moltissime persone sono state e sono tutt’ora arrestate per le loro opinioni politiche non in linea con il pensiero del governo. Come sostenne l’informatico Snowden in un’intervista, “Non puoi pensare che non ti interessa la privacy perché non hai nulla da nascondere, sarebbe come dire che non ti interessa la libertà di stampa perché non ti piace leggere”.

Questi dati immagazzinati, inoltre, non sono solo frutto delle nostre ricerche o i messaggi che scambiamo, ma provengono da un contesto più ampio, si parla, infatti, di “metadati”. Essi riguardano le attività svolte tramite i nostri dispositivi, come le telefonate, di cui vengono registrati il numero del mittente, del destinatario e le rispettive localizzazioni, la data e l’ora della chiamata.

Inoltre un cellulare può andare incontro ad una serie di altri problemi, tra cui il furto o la rottura, che possono comportare la violazione di password memorizzate e dati, ma anche il furto d’identità con diffamazione, frodi finanziarie e molto altro.

Dopo questa panoramica su alcuni dei possibili rischi legati alla sicurezza informatica, Alessio ci ha suggerito numerosi metodi per prevenirli. I comportamenti da attuare sono basati su prudenza e prevenzione, bisogna ricordare che ciò che scriviamo rimane e le informazioni che diffondiamo rimangono registrate, siano esse sui social network, o su altri siti come quello della banca, quindi è meglio non memorizzarle sui browsers. Per quanto riguarda la prevenzione, abbiamo parlato di crittografia e backup, ovvero il salvataggio dei dati. È sempre buona norma avere delle password per l’accensione dei nostri dispositivi ed è consigliabile attivare un servizio per rintracciarli in caso di furto o perdita. Per quanto riguarda la protezione del software sono disponibili diversi antivirus, firewall e l’utilizzo della VPN. Inoltre, esistono metodi di crittografia che permettono di certificare la nostra identità attraverso una firma digitale e di creare memorie crittografiche.

Nel pomeriggio sono intervenuti tre imprenditori del territorio. Il primo è Fabio Dadati, un imprenditore attivo nel settore turistico del territorio lecchese, che ci ha parlato delle sue numerose esperienze in diversi ambiti, sia commerciale che giornalistico e politico.

Fabio Dadati

Ci ha raccontato la sua esperienza di vita, basata sulla crescita continua, sull’umiltà e sul senso del dovere. Uno dei progetti di cui ci ha parlato è stata l’apertura di un’attività alberghiera, la Casa sull’Albero  e di un nuovo progetto, sempre nell’ambito dell’alberghiero sul nostro territorio.

Ciò dimostra l’importanza che questo imprenditore dà alla “passione del costruire”, ovvero avere sempre un nuovo obiettivo, costruire sempre qualcosa di diverso e migliore. Questo non solo per raggiungere un guadagno economico, ma perché portare avanti nuove idee dà una grande soddisfazione personale e permette di continuare ad alimentare il successo, che porta ad una vita completa e gratificante ed alla realizzazione di sé stessi.

Con questa filosofia è stato uno dei promotori del progetto “Make Lecco”, ispirato all’iniziativa creata a Como, che ha come obiettivo lo sviluppo del turismo nel territorio. Per ora hanno aderito 12 comuni del lecchese.

Per noi giovani è molto confortante sentire le parole di un imprenditore che ripone molte speranze nel nostro territorio, perché sappiamo quanto siamo fortunati a viverci e vorremmo valorizzarlo, esprimendone le potenzialità.

Gli altri due imprenditori che sono intervenuti sono Loretta Lazzarini e suo figlio Davide Mauri, proprietari di un’importante agenzia immobiliare con tre sedi, due nella provincia di Lecco e una a Milano, Centro Servizi Immobiliari. Questa impresa è nata dal grande sforzo di Loretta, che ha dimostrato grandissimo coraggio e determinazione, fondando da zero e mantenendo attiva la sua impresa. Attualmente è affiancata dai figli, che la aiutano nella gestione dell’agenzia immobiliare e la migliorano, portando idee nuove.

Loretta Lazzarini

Ci ha molto colpito l’intraprendenza di Loretta, che, dopo anni di lavoro in un’impresa edile, ha deciso di creare un’azienda sua, nonostante tutte le difficoltà che le si sarebbero inevitabilmente presentate avendo una famiglia di cui occuparsi, la quale, però, l’ha sempre sostenuta. La politica canadese Charlotte Whitton, all’inizio del ‘900 disse “le donne devono fare qualunque cosa due volte meglio degli uomini per essere giudicate brave la metà. Per fortuna non è difficile”. Oggi la situazione è migliorata, ma siamo ancora lontani dalla vera parità di genere, per questo penso sia utilissimo ascoltare e diffondere, anche nelle scuole, le storie come quella di Loretta, una grande imprenditrice, che, cosciente della difficoltà che si incontrano, è in prima linea nelle associazioni che sostengono le donne imprenditrici.

Inoltre, Loretta ci ha dato dei consigli molto preziosi per realizzare i nostri obiettivi, basandosi sui concetti di progettualità, vision e progettazione. Penso siano dei suggerimenti utili a tutti, quindi riporterò i punti principali:

  • Diventare consapevole della vita che si vuole è il primo passo per realizzarla
  • Pensare a lungo termine è fondamentale per non disperdere le nostre risorse più preziose: tempo e focus
  • Pensare in piccolo e in grande costano lo stesso sforzo, non autolimitiamoci!
  • Avere successo non è come vincere alla lotteria, si ottiene con costanza e tanti piccoli passi
  • La routine del mattino sarà il nostro trigger point per entrare nella ruota del successo e farla girare

Loretta ha terminato il suo intervento ricordandoci di credere sempre in noi stessi ed avere il coraggio di buttarsi, sapendo che va sempre cercato un piano B e ricordandoci sempre che ogni crisi fortifica.

Dopo il suo intervento, Loretta ha passato la parola al figlio Davide, un imprenditore trentenne che gestisce l’ufficio dell’agenzia immobiliare di Milano.

Davide Mauri

Davide ci ha parlato dei suoi studi e della sua esperienza lavorativa in una multinazionale, tratteggiandone i lati positivi e negativi, spiegandoci che è stata un’esperienza formativa molto utile, ma meno stimolante del lavoro in un’azienda in cui può intervenire maggiormente.

La sua giovane età ha fatto sì che Davide portasse rinnovamento e cambiamento nell’azienda di famiglia. Ha sottolineato l’importanza del saper fare, ma anche del saper comunicare con il mercato e con i collaboratori. Attraverso il cambiamento e la formazione si creano opportunità di sviluppo e di incremento. Sia Davide che Loretta investono molto tempo nella propria formazione partecipando ad alcuni corsi, ma la preparazione costante è garantita anche ai loro dipendenti. Infatti, per il miglioramento dell’azienda, Davide si è concentrato sulle risorse umane, investendo sullo sviluppo e la formazione del personale. Sostiene che dei collaboratori con un livello alto di preparazione fanno “vincere l’azienda”, facendola crescere sia in termini di fatturato sia di benessere dei dipendenti stessi.

Rachele Offredi

SABATO 10 Aprile – RIUNIONi EFFICACI On/OFFLINE

La mattinata di sabato si apre con la lezione di Alessio Sperlinga su organizzazione e gestione delle riunioni.

Alessio Sperlinga

Diversi studi hanno dimostrato come una riunione di lavoro su tre sia inutile ed è quindi fondamentale saper sfruttare questo strumento. Perché la riunione è proprio questo, uno strumento, non un processo e come tale deve essere efficace e produttiva.

Organizzazione e preparazione sono necessarie per poter raggiungere gli obiettivi fissati. Alessio sottolinea l’importanza del numero ridotto di partecipanti (dai quattro ai sette) per evitare di incorrere in confusione e della durata limitata dell’incontro; durata che va fissata e prestabilita prima dell’avvio della riunione stessa. L’esposizione dell’ordine del giorno è necessaria perché permette a tutti i partecipanti di prepararsi, conoscere e non perdere tempo prezioso.

Il conduttore della riunione ha il delicato compito di guidare e programmare ed è quindi importante che arrivi per primo e che si dia un tempo-limite di attesa dei ritardatari (Alessio suggerisce 12 minuti). Il conduttore dovrà esporre i quattro punti fondamentali dell’incontro (obiettivo, argomenti di O.D.G, risultato atteso e tempistiche), verbalizzare, analizzare e sintetizzare. È fondamentale che partecipi in modo attivo ma che sappia anche fermarsi ed ascoltare gli altri interlocutori.

Alessio ci presenta l’applicazione del concetto sudcoreano di nunchi alla gestione delle riunioni. Il termine nunchi, dalla connotazione profondamente spirituale, indica l’arte di sentire e capire le emozioni altrui (quella che noi occidentali definiamo empatia); è essenzialmente un modo di vivere, la chiave per il successo personale e professionale.

Come può il moderatore sfruttare questo concetto millenario? La risposta è una: osservando. Osservare ogni cosa, soffermarsi su quei dettagli che potrebbero sembrare superflui ma che in realtà si dimostrano essenziali per captare l’atmosfera della stanza. Una strategia potrebbe essere quella di offrire del cibo ai partecipanti, anche solo un piccolo snack, per guardare come interagiscono gli uni con gli altri e ascoltare le chiacchiere spontanee che scaturirebbero dal momento conviviale.

Chi partecipa alla riunione è fondamentale che arrivi preparato, che rispetti le norme di cortesia (presentarsi in orario, comportamento e abbigliamento adeguati al contesto, cellulari silenziati, prestare attenzione al moderatore ed evitare di mangiare o chiacchierare con altri) e che dia del brio. Ogni opinione è importante per arricchire e raggiungere l’obiettivo, è fondamentale quindi che tutti intervengano e partecipino attivamente.

Alessio si è poi soffermato sulla gestione delle riunioni online, sempre più frequenti attualmente. Ancora più importante, in questo caso, sono l’organizzazione e la preparazione. È necessario che il moderatore invii i materiali in largo anticipo e che predisponga un ordine del giorno, che invii un promemoria di riunione,  e che assuma un atteggiamento serio, pragmatico evitando monotonia e lentezza. D’altra parte è buona cortesia, da parte di chi partecipa, aspettare in silenzio i momenti di dialogo e mostrarsi in videocamera. La fatica per il conduttore sarebbe doppia se dovesse anche immaginare e visualizzare mentalmente a chi si rivolge!

Alessio ha illustrato poi tre tipologie di riunione:

  1. La riunione generalista: nella quale i partecipanti dialogano con il moderatore (non più di due alla volta) arrivando a delle decisioni conclusive.
  2. La riunione informativa: del tipo Stand-up Meeting. Questa tipologia di riunione consiste in un incontro giornaliero efficace e di breve durata che prevede il posizionamento dei membri del gruppo in piedi e in cerchio, gli uni di fronte agli altri. Ognuno condivide i risultati ottenuti il giorno precedente, gli obiettivi del giorno in entrata ed eventuali problemi da risolvere. In questo modo la durata è limitata (previsto un minuto a testa), la concentrazione alta e l’ “allineamento” delle idee genera sicurezza e dialogo costruttivo.
  3. La riunione creativa: del tipo Sei Cappelli. Sei cappelli per pensare è un metodo ideato da Edward de Bono per gestire le discussioni. La tecnica sfrutta le diverse modalità del pensiero umano che si destreggia tra logica, informazioni ed emozioni. Come per un ruolo all’interno di una scena teatrale, questo metodo consiste nel cambio di prospettiva e di punto di vista e ha lo scopo di allenare la mente facendola uscire dalla sua zona di comfort. Indossare un cappello diverso significa anche mettersi alla prova e fare un passo verso l’Altro.

Ogni cappello rappresenta una delle modalità di espressione del pensiero:

  • Bianco: esprime la razionalità, la logica, la gestione di informazioni e numeri.
  • Rosso: controparte del bianco, rappresenta tutto ciò che è emozione ed intuizione.
  • Giallo: il colore dell’ottimismo, degli atteggiamenti costruttivi e delle possibilità.
  • Nero: si sofferma su pensieri pessimisti, rischi e problemi.
  • Verde: il colore della creatività e della fertilità di pensiero.
  • Blu: il colore del controllo e della supervisione, solitamente “indossato” dal moderatore della riunione.

In conclusione della giornata un’ultima riflessione di Angelo Belgeri che ci mette in guardia da quelle riunioni “di facciata” in cui ogni decisione è stata presa in modo premeditato e senza possibilità di dialogo.

Margherita Rigamondi

Venerdì 9 APRILE – IL DIVERSITY MANAGEMENT – COACHING

“Tutti gli uomini scambiano i limiti del loro campo visivo per i limiti del mondo”.

Il nostro venerdì si è aperto così, con Schopenhauer e con una riflessione sul diversity management condotta da Gabriella Vigo.

Gabriella Vigo

Il diversity management è una modalità gestionale orientata alla conoscenza e alla valorizzazione delle diversità. L’obiettivo è quello di aumentare la competitività di un’azienda, il suo rendimento produttivo e creativo e quello di creare un ambiente di accoglienza e salvaguardia della diversità nel quale il professionista possa lavorare al meglio delle sue potenzialità, senza stress o ansie.

Senza dubbio, omogeneità e omologazione non sono connaturate nella natura umana ma sono elementi svantaggiosi in qualsiasi ambiente, anche e soprattutto in quello lavorativo. Gabriella Vigo ci ha indicato una possibile soluzione ad un panorama sterile ed omogeneo, fatta di attenzione, ascolto e valore.

Le diversità ci circondando, alcune sono visibili, altre si nascondono nelle crepe e nelle pieghe più profonde. Sono le diversità “sotterranee” ( il Credo, le radici, le abitudini, le attitudini psico-fisiche, le culture) a generare quegli scontri ai quali assistiamo ogni giorno, in ambito lavorativo e non. Incredibile se pensiamo che proprio queste diversità ci rendono quello che siamo, una delle specie viventi più incredibili e sorprendentemente adattabili del mondo. Ma la storia lo insegna, il “diverso” spaventa; l’unica soluzione è conoscerlo e comprenderlo. Per far questo è necessario guardare alla dimensione giuridica e rispolverare un po’ di educazione civica.

Dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), Gabriella Vigo ha estrapolato alcuni articoli per farci riflettere sui temi di inclusività e uguaglianza:

  • art. 1 “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza […]”;
  • art. 2 “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazione o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione […]”;
  • art. 7 “ Tutti sono uguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge […]”;
  • art. 19 “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione […]”.

Gabriella ci ha guidati alla comprensione dei valori di equità ed uguaglianza, alla valorizzazione della libertà e della diversità di ciascuno. Oggi, come allora, è fondamentale conoscere i propri diritti e i proprio doveri per non calpestare e non essere calpestati.

Ognuno di noi deve auto-educarsi all’etica distinguendo i fatti dalle opinioni. Tutti sono liberi di pensare ma non c’è libertà nel ledere i diritti umani dell’Altro. Sessismo, razzismo, omofobia e qualsiasi altra manifestazione di xenofobia devono rimanere solo opinioni. Pronunciarle ad alta voce o applicarle in maniera indiretta le rende discriminazioni e come tali, reati.

La discriminazione può essere diretta o indiretta; quest’ultima è più sottile e proprio per la sua natura subdola e poco chiara, è anche la più parassitaria. Gabriella ci ha portato l’esempio della divisa delle assistenti di volo di una compagnia aerea che obbligava le dipendenti ad indossare una gonna ad altezza ginocchio. Una scelta irrispettosa nei confronti di Credi, culture e modi di vivere di donne diverse provenienti da diverse parti del mondo, oltre che una palese oggettificazione del corpo femminile.

La discriminazione può essere anche positiva qualora rimuova discriminazioni passate dando temporaneamente un trattamento preferenziale alle categorie sottorappresentate (l’esempio delle quote rosa).

Senza dubbio sono preferibili quelle azioni che Gabriella definisce come “azioni positive”, volte ad accrescere la rappresentatività nella forza lavoro di particolari gruppi sottorappresentati e alla diretta valorizzazione delle diversità.

Tornando all’ambito lavorativo, una politica della diversità deve essere considerata una priorità etica e strategica e deve essere ben assimilata nei progetti organizzativi; le azioni isolate non sono costruttive e non portano alcun tipo di vantaggio.

Gabriella ci ha suggerito alcuni esempi di applicazione di diversity management: il reclutamento di candidati provenienti da un’ampia gamma di background e settori sociali, la scelta di recruiters provenienti da settori e trascorsi il più eterogenei possibili, sistemi di valutazione su base meritocratica.

In conclusione del percorso della mattinata, Gabriella ci ha invitati a riflettere sui nostri pregiudizi e su come i “filtri” scaturiti da essi riescano ad influenzare, anche e soprattutto inconsciamente, le nostre azioni e le nostre relazioni con chi ci circonda.

Un percorso di auto-analisi è il primo mattone per costruire ambienti inclusivi e accoglienti, in tutti i settori della nostra vita.

La seconda parte della giornata è stata dedicata ad approfondire il coaching. Gli incontri con Cristina Pedretti sono sfide e opportunità.

Cristina Pedretti

Opportunità di conoscerci e sfida nel tramutare timori e perplessità in potenzialità.

È complesso mettere nero su bianco tutte le riflessioni personali ed emotive che è in grado di portare a galla, mi limiterò ad una panoramica generale, nel rispetto dell’intimità dei miei compagni di viaggio.

Dopo il primo incontro ci è stato lasciato il compito di ragionare su due scenari: uno con obiettivi a breve termine (6 mesi) e uno a lungo termine, il più dettagliato e ricco possibile.

Cristina ha accompagnato ognuno di noi, come mano nella mano, a riflettere sui propri “vorrei”, sui blocchi, sulla confusione, sulle domande relative al futuro.

Le problematiche che ha riscontrato nell’elaborazione degli scenari sono state la difficoltà ad esprimersi e a mettere “nero su bianco”, l’incapacità di vedersi nel futuro, il timore di sentirsi imprigionati in obiettivi che, nel corso del tempo, potrebbero evolvere e modificarsi.

Cristina ha proseguito poi consigliandoci alcune strategie per sbloccare ed elaborare con più lucidità. È fondamentale evitare i “bivi”, in grado solo di frenarci e abbatterci: “sono bloccata/o”, “vivo alla giornata”, “vorrei assecondare le mie passioni ma ho bisogno di indipendenza economica”. La confusione non esiste, è solo la proiezione di possibilità infinite che richiedono di essere domate. È importante non ostinarsi in un’iperanalisi di ciò che ci circonda e nella pretesa di capire prima di agire: l’essere umano non funziona così! Deve agire, fare, mettersi in azione e imparare da questo. Fermarci al solo pensiero è limitante e non costruttivo.

Come poter sviluppare, allora, i nostri desideri per iniziare a gettare le basi di azioni concrete e finalizzanti?

Cristina propone un percorso a quattro tappe da percorrere, ovviamente, nei propri tempi e con i propri strumenti e attitudini:

  1. Vorrei: la nostra facoltà “desiderante”: ragionare su tutto ciò che ci ispira e ci motiva.
  2. Voglio: questo secondo passaggio richiede l’impegno, l’assunzione di responsabilità e la chiarezza del nostro obiettivo.
  3. Faccio o “la messa in azione”: troviamo il “come”, siamo nella fase realizzativa
  4. Ottengo: check dei risultati, godimento e/o valutazione ed eventuale aggiustamento del nostro percorso realizzativo.

Cristina ci ha poi proposto un’attività a coppie e abbiamo avuto così la possibilità di conoscere meglio uno dei nostri compagni sottoponendo delle domande specifiche sul suo scenario ideale:

  • Ciao, QUANDO ti vedi realizzato nel tuo scenario?
  • DOVE sei?
  • Con CHI?
  • COSA stai facendo?
  • COME ti senti?

È stato importante, come riscontrato da molti, non darsi un limite temporale; in questo modo è stato più semplice esprimere i nostri “progetti di vita ideale”.

L’attività conclusiva dell’incontro è stato un brainstorming dei nostri interessi e desideri, in qualsiasi ambito e di qualsiasi genere. Da questo ripartiremo per la rielaborazione dei nostri scenari.

Il nostro compito sarà quello di redigere una panoramica delle nostre competenze (skills professionali e trasversali), delle risorse personali (attitudini, risorse materiali ed economiche, tempo) e di quelle esterne ( siano esse relazioni personali, economiche o di tipo materiale).

Fatto ciò dovremo ragionare sui blocchi in cui potremmo incorrere nel nostro scenario: tre persone-ostacolo e tre ostacoli/blocchi che potrebbero distogliere o rendere difficile la sua realizzazione e tre potenziali rischi che potrebbero sorgere dalla realizzazione dello scenario; dopotutto il metodo WOOP ci insegna che è bene prevedere gli ostacoli per elaborare migliori strategie di azione.

Ci dovremo poi focalizzare su alcuni aspetti chiave e mettere per iscritto tre cose specifiche la cui realizzazione potrebbe, molto più di qualsiasi altro dettaglio, farci sentire nel modo che desideriamo ,tre risorse chiave (materiali, emotive o pratiche) e tre persone-chiave che potrebbero aiutarci a concretizzarlo.

SABATO 27 MARZO – LINKEDIN E WORDPRESS

Sabato 27 Marzo, Alessio Sperlinga, ha ripreso il discorso trattato il giorno precedente facendoci soffermare su dettagli non ancora analizzati.

Alessio Sperlinga

Il focus si è posto sulla funzionalità di LinkedIn, che ha come obiettivo lo sviluppo di contatti professionali e la conciliazione tra chi domanda e chi offre lavoro. Spesso chi si interessa di una persona su LinkedIn, tende a verificarne la credibilità attraverso altri social network come Facebook o Instagram ed è dunque importante avere una grande consapevolezza delle informazioni che postiamo in quanto influenzano molto la nostra impressione agli occhi di terzi.

Per risultare più efficaci è importante dare, nel proprio profilo, delle risposte a domande ben precise riportate nel “PersoalBrandingCanvas” come ad esempio: “perché proprio tu?”, “perché sei credibile?”, “cosa dai in più degli altri?”. Queste risposte faranno la differenza tra te ed un’altra persona qualsiasi.

Successivamente è stato trattato un argomento che Alessio ritiene, giustamente, fondamentale tra le nostre conoscenze; ovvero WordPress.

WordPress è una piattaforma digitale utilizzata per la creazione di siti internet. Attualmente è il CMS( content managment system) più utilizzato al mondo. Il 15% dei siti al mondo utilizza WordPress e alcuni esempi noti sono quelli di: Casa Bianca, Disney, Sony Music, The New York Times e moltissimi altri.

Ogni sito internet possiede un “front end”, ovvero la parte visibile a tutti, e un” back end” , costituita da data base . WordPress lavora nel “back end”.

Dopo averci fornito le credenziali, Alessio, ci ha mostrato la funzionalità di questo potentissimo strumento e, attraverso semplici passaggi, siamo riusciti a scrivere su un sito internet un breve articolo riguardante Lecco100 seguendo un tema predefinito. In aggiunta è stato visto come sia possibile modificare un contenuto postato o aggiungerne caratteristiche come i tag.

Finalmente possiamo dire di aver scritto un articolo su un sito internet! Grazie Alessio!

Luca Panzeri