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Lezione del 6 marzo – Strumenti di progettazione

La lezione del 6 marzo si svolge, per cause di forza maggiore, in via telematica ed è tenuta dalla Life Coach Cristina Pedretti.

Cristina Pedretti

La dott.sa Pedretti apre la lezione presentando velocemente lo strumento che stiamo usando per connetterci: si tratta di Zoom, un servizio di Cloud computing che offre servizi di conferenza remota utilizzato spesso nelle sue sessioni di coaching individuale ma che può essere gratuitamente anche per sessioni di gruppo di 40 minuti come le nostre. La lezione mattutina si svolgerà in tre sessioni.

La prima sessione si apre con un giro di presentazione di tutti gli alunni del Master. In seguito anche Cristina si presenta e racconta l’evoluzione della sua vita a partire dal momento in cui ha frequentato il Master Lecco100 utilizzando l’originale metodo della “Borsa dei ricordi”. Cristina fa passare davanti allo schermo diversi oggetti che la rappresentano o sono importanti per lei (scarpa col tacco, foto del matrimonio, lattina, tesina di maturità, pubblicazione con affreschi, spillina di Apple, libro PNL), ogni alunno sceglie quello che lo incuriosisce di più e Cristina racconta la storia legata a quell’oggetto.

La seconda sessione è invece dedicata al racconto da parte della life coach della nascita e dell’evoluzione del suo progetto “Chiacchiere da Venere” sottolineando come utilizzare gli strumenti di progettazione.

In primo luogo la dott.ssa Pedretti sottolinea che se vogliamo realizzarci è importante avere una visione chiara su chi siamo e su dove vogliamo arrivare.

L’idea di “Chiacchiere da Venere” nasce nell’agosto del 2016 come raccolta di interviste su temi femminili, ampliandosi poi con la creazione di un blog, un podcast, un sito web e un canale Youtube elaborati con grande attenzione alle modalità comunicative. Cristina sottolinea che ad un certo punto del suo percorso ha capito che il suo obiettivo finale non era più solo quello della divulgazione, ma quello di diventare una personal coach per aiutare le donne nella realizzazione di sé. Per questo motivo chiaramente la sua strategia è cambiata, abbandonando per esempio gli investimenti in social network, ma lavorando sulla sua immagine attraverso il personal branding e la brand awareness. Il suo progetto in questo modo è maturato arrivando ad essere la sua attività principale nella quale promuove anche eventi e percorsi di coaching personalizzati.

Cristina offre una panoramica sui risultati ottenuti nei vari anni dalla sua attività in termini di visibilità (followers, visite al sito, iscrizioni alla newsletter e acquisto infoprodotti) e i suoi progetti futuri, strategie di crescita e nuovi obiettivi.

A questo punto la life coach introduce uno strumento molto utile, utilizzato anche da lei per la realizzazione dei progetti: il Business Model Canvas (BMC). Tale strumento consiste in uno schema che permette di ragionare su una nuova attività e che offre una visione complessiva cioè di tutti gli aspetti del progetto.

L’esperta consiglia, per chi è interessato, la lettura del libro “Creare modelli di business” di Alexander Osterwalder e Yves Pigneur che approfondisce l’argomento.

Cristina spiega che spesso i bandi europei e non solo (che saranno trattati nella terza sessione) ricalcano il modello del BMC e mostra agli alunni un progetto da lei scritto per la partecipazione ad un bando.

La life coach sottolinea che in generale quando si partecipa ad un bando è importante essere focalizzati e riprendere, nella risposta, gli elementi presenti nella domanda. Altri elementi da avere ben chiari sono anche:

  • criteri formali – l’eleggibilità del destinatario,
  • il budget di riferimento,
  • la calendarizzazione
  • le procedure di valutazione dei risultati che si intendono mettere in atto
  • le risorse a disposizione (partner chiave, attività chiave, canali…).

Infine Cristina ricorda che, per la buona riuscita di un progetto, oltre all’idea creativa e ai contenuti è importante anche avere una certa gestione contabile.

La terza ed ultima sessione mattutina viene poi dedicata agli strumenti di progettazione per l’accesso ai bandi gestiti dall’Unione Europea, in particolare attraverso il Project Cycle Management, ovvero la gestione del ciclo del progetto (vedi figura)

Cristina infatti è un’esperta anche in questo campo avendo frequentato un apposito master.

Il PCM è un format ideato dall’UE negli anni 90 come modello di riferimento univoco per la progettazione da parte di soggetti pubblici e privati con lo scopo di fornire alcuni standard per rendere più efficaci gli interventi di progettazione, capitalizzando al massimo gli investimenti della Commissione Europea sullo sviluppo dei paesi membri dell’UE.

Dopo aver analizzato l’iter procedurale, ponendo l’attenzione sulle caratteristiche delle varie fasi e sui soggetti coinvolti, l’intervento si è soffermato sulle principali caratteristiche che un buon progetto dovrebbe avere, ossia:

  • la pertinenza,
  • la fattibilità
  • la sostenibilità (e autosostenibilità anche a lungo termine quando non vi è più il finanziamento).

Cristina sottolinea che per creare un progetto bisogna partire da un problema concreto e presente, focalizzandosi anche sui reali bisogni dei destinatari, per poi creare una gerarchia di cause e conseguenze.  Lo strumento consigliato dalla dottoressa Pedretti per mantenersi focalizzati è l’“albero dei problemi” che consiste nel partire da un macro-problema reale analizzandolo attraverso la tecnica del brainstorming per individuarne sotto-problematiche, cause e conseguenze.

In seguito lo schema creatosi attraverso questa attività di pensiero è sottoposto ad un cambiamento di prospettiva, un ribaltamento, divenendo “albero degli obiettivi”, obiettivi sia generali che specifici. In questo modo, infatti, i micro e macro-problemi prima individuati divengono gli obiettivi effettivi, gli scopi del progetto, e le loro cause diventano gli oggetti sui quali agire. Infine per assicurarsi un continuo controllo delle risorse, delle spese e delle condizioni verificabili per ciascun obiettivo ci possiamo servire anche del Logical Framework Matrix, ovvero l’approccio al Quadro Logico, e del già presentato Business Model Canvas.

I vantaggi derivati dall’utilizzo di questi strumenti sono molteplici:
– la formulazione chiara degli obiettivi
– il focus sui risultati
– la flessibilità rispetto alle azioni messe in pratica
– la sostenibilità
– la possibilità di monitoraggio e controllo continuo

Nell’ultima parte della sessione vengono poi proposte alcuni spunti per attività di autoanalisi e di empowerment personale.

Ogni alunno individualmente deve completare la propria ruota del lavoro e della vita (vedi figura) colorando in primis i livelli attuali raggiunti per i vari aspetti proposti e in seguito, con un altro colore, i livelli che vorrebbe raggiungere. Ogni anello concentrico è un punto e può essere colorato quindi da 0 (= livello minimo di soddisfazione) a 10 = livello massimo, con 6 come sufficienza).

La dott.sa Pedretti pone poi alcune domande per far riflettere gli alunni sulla propria situazione:

  • In quali “fette” c’è maggior coincidenza tra stato attuale (SA) e stato desiderato (SD)?
  • Quali aspetti ti hanno sorpresa di più durante questa riflessione?
  • Cosa puoi fare per riempire di colore le aree che sono un po’carenti?
  • Quali cose/fatti/circostanze vedi come possibili ostacoli a questo?
  • Se non hai colorato come SD fino al 10 alcuni spicchi chiediti: “Perché”?

In seguito la life coach propone anche l’attività delle “Cinque domande chiave” ideato da P. Ducker. Si tratta di porsi cinque domande introspettive che aiutano a conoscersi meglio, sono domande che fanno crescere.

Le domande sono le seguenti:

  1.  Quali sono i miei PUNTI DI FORZA?
  2.  Come PERFORMO MEGLIO?
  3.  Quali sono i miei VALORI?
  4.  A cosa APPARTENGO?
  5.  A cosa dovrei CONTRIBUIRE e come posso FARE LA DIFFERENZA?

Dopo un primo momento di lavoro individuale e libero si è passati alla focalizzazione di un obiettivo definito S.M.A.R.T. e alla stesura di un personale piano d’azione per il raggiungimento di tale obiettivo, definendo step che fossero specifici, a basso rischio percepito, realizzabili a breve tempoverosimilmente raggiungibili e congrui con il risultato atteso.

L’attività di coaching, spiega infine la life coach, è volta proprio a supportare i soggetti durante il periodo di progettazione e realizzazione di un obiettivo, affrontando la paura, la demotivazione e il disorientamento.

Ringrazio la dott.sa Pedretti per avere condiviso con noi la sua esperienza personale e le auguro di raggiungere tutti gli obiettivi che si è prefissata!

Il master prosegue nel pomeriggio con la lezione di Alessio Sperlinga sempre incentrata sulla progettualità.

Alessio Sperlinga

Alessio spiega che nella vita, quando vogliamo raggiungere un obiettivo, dobbiamo rassegnarci all’incertezza. Non abbiamo infatti controllo se non sulle nostre intenzioni.

L’esempio tipico della persona che vive nell’incertezza è quello del venditore. Focalizzandosi sulla figura del venditore, gli alunni, con l’aiuto di Alessio, individuano i vari aspetti che servono per raggiungere un obiettivo.

Non è facile raggiungere e soprattutto mantenere i risultati (anche se la persona, l’azienda e il prodotto piacciono molto ci può sempre essere qualcuno più bravo), per questo non possiamo mai permetterci di avere sicurezza ed è importante essere preparati.

La preparazione richiede 3 aspetti:

  1. La preparazione tecnica ossia tutto ciò che serve sapere per raggiungere l’obiettivo in termini di conoscenza (conoscenza sul prodotto, sul contesto e su tutti i dettagli.)  Oggi la preparazione tecnica è prevalente, è necessario aggiornarsi continuamente.
  2. La piena referenza automotivata (PRA) che è l’obiettivo finale a cui tendere. Per esempio nel caso del venditore la PRA non è solo la vendita del prodotto, ma consiste nel fatto che il cliente, oltre a comprare, parla bene del venditore, del suo prodotto e della sua azienda, così da avere influenza sugli altri. La PRA per essere efficace deve essere diretta.
  3. La preparazione psicologica ossia la capacità di crearsi un’immagine positiva o di conoscere l’immagine positiva dell’altro. Il nostro cervello infatti è una “scatola nera”, a determinare la realizzazione di un obiettivo è l’immagine che io mi faccio dell’obiettivo.

Inoltre conoscere le immagini positive degli altri aiuta ad andare incontro alle persone con cui interagisco e quindi rende i rapporti più agevoli

La parte finale della giornata è stata poi dedicata alla testimonianza dell’ospite Diana McWilliam, volontaria dell’Associazione Fabio Sassi che ha creato la struttura del Nespolo ad Airuno, eccellenza nelle cure palliative.

Diana McWilliams

Diana ha raccontato la sua esperienza come volontaria per l’assistenza ai pazienti terminali, la realtà delle cure palliative sia domiciliari che all’interno della struttura del Nespolo e infine ha riportato le esperienze di alcuni pazienti ricordando che la cosa fondamentale è dare dignità alla vita anche negli ultimi istanti.

Infine Diana invita tutti a parlare della vita e della morte con naturalezza.

Non posso che ringraziare Diana per il suo servizio e per l’intervento toccante e commovente.

Gaia Milani

Lezione del 14 febbraio : Mediazione e gestione degli obiettivi

La giornata di Venerdi 14 febbraio è cominciata con l’intervento del dott. Massimiliano Ferrari ,che con passione, ci ha spiegato il tema della Mediazione analizzando i meccanismi di ADR: alternative dispute resolution , ovvero quelle tecniche specifiche che aiutano le parti coinvolte a trovare una soluzione.

Massimiliano Ferrari approfondisce il tema della Mediazione

Durante il corso della mattinata, ci è stato spiegato che mediare non significa trovare un semplice punto d’incontro ma ha più precisamente lo scopo di supportare le parti a trovare una soluzione che possa essere la migliore per entrambe, con valore legale e senza l’intervento del giudice.

La figura del MEDIATORE, ci dice Ferrari, non decide chi ha ragione nè ricopre la figura di giudice o arbitro ma ha il compito di utilizzare un metodo alternativo per far si che le parti giungano ad un accordo che risulti conveniente ad entrambe. Questo metodo però ha valenza soltanto se le parti riescono a capirne il valore aggiunto, ragion per cui il mediatore durante il primo incontro ha il compito di convincerle, esponendo le varie ragioni che dimostrano che risolvere attraverso la mediazione è conveniente.

Per fare tutto questo ci sono delle tecniche specifiche:

Innanzitutto, secondo Ferrari , in una mediazione  è necessario lo spostamento dell’attenzione della posizione presa dalle parti verso i reali interessi e bisogni di ciascuno: il mediatore deve essere molto bravo nell’ascolto attivo, non deve favorire le domande chiuse ma quelle aperte utilizzando anche tecniche posturali e linguaggio del corpo. Deve riuscire ad essere empatico, quindi in grado di mettersi in terza persona se necessario: si tratta di “allargare la torta” ovvero lasciar parlare le parti interessate con lo scopo di andare oltre al problema in se , tenendosi aperte altre questioni.

Il linguaggio GIRAFFA

Un altro argomento affrontato, per gestire una mediazione è il Linguaggio Giraffa.

Ci è stato fatto l’esempio in cui ,durante una mediazione , uno dei due avvocati delle parti arriva in ritardo: partendo da questo presupposto abbiamo analizzato la gestione dell’evento con gli occhi del mediatore. Ci è  stato quindi spiegato che questo metodo (chiamato della giraffa perche quest’ultima è l’animale con il cuore piu grande di tutti e la maggior distanza tra cuore e cervello,)  risulta efficace perchè  determina la distinzione tra i fatti reali e le emozioni: questo linguaggio non deve essere troppo tecnico ne macchinoso, non deve dare fastidio a nessuno ne favorire qualcun altro: deve far sentire le parti allo stesso livello rispettando tutti.

Una volta terminata la mattina, dopo una piacevole pausa pranzo, il pomeriggio è continuato con Alessio Sperlinga che ha condotto il suo intervento sull’analisi degli obiettivi. 

Alessio Sperlinga, parla della gestione degli obiettivi

                                      

Ci ha parlato in maniera generale della comunicazione definendo che non esistono regole certe sul suo utilizzo essendoci canali di comunicazione differenti a seconda di quello che ci serve; che è piu difficile fare qualcosa piuttosto che dirla e che siamo tutti divergenti l’uno dall’altro ma che qualunque cosa noi faremo avremo sempre l’esigenza di raggiungere un Obiettivo.

Attraverso un esempio ci è stato spiegato che un Obiettivo per essere tale

  • deve essere CONCRETO  e MISURABILE (quantificato e tempificato)
  • deve essere in primis RAGGIUNGIBILE
  • deve essere STIMOLANTE, perché se non lo è non è un obiettivo ma bensì un compito.  Se non è stimolante non è nemmeno raggiungibile perciò queste due caratteristiche risultano strettamente legate tra di loro.
  • deve essere SCRITTO per diventare un impegno da prefiggersi.

Nel momento in cui affido un obiettivo da raggiungere a qualcuno,si parte da una situazione che deve essere condivisa ma la strada che quest’ultimo deve percorrere per raggiungerlo non la devo dirigere io, altrimenti gli sto soltanto affidando un compito.

La giornata si è conclusa con la spiegazione del pensiero positivo americano:

si parte da un desiderio che è l’obiettivo, da qui c’è la necessità di concentrarsi sulla visualizzazione del risultato e quindi la pianificazione delle azioni che servono per giungere alla realizzazione di esso. Considerando questo procedimento, va calcolata anche la probabilità che un imprevisto rovini il processo.

Tutto questo è spiegato attraverso il metodo Woop

W (wish) desiderio, trasformato in obiettivo ben definito

O (outcome) visualizzazione del risultato

O (obstacle) sono gli imprevisti : ma se gia si mette in conto che potranno verificarsi degli ostacoli, comincerai a visualizzare in anticipo il modo di superarli.

P (planning) il modo giusto per raggiungere quel risultato.

Utilizzando questo metodo, in classe ognuno di noi ha visualizzato il suo personale obiettivo, analizzato gli imprevisti e pianificato la realizzazione.

Laura Rota                                      

Lezione del 9 marzo – Project management

Sabato 9 Marzo 2019 Alessio Sperlinga, informatico e formatore, ha introdotto il tema del Project Management all’interno di un gruppo di lavoro.

Alessio Sperlinga

Lavorare in gruppo può rivelarsi a volte complicato per il fatto che bisogna tener contro della diversità di tutti coloro che lavorano insieme e dalle inclinazioni di ognuno; e non ultimo dalla  capacità di relazionarsi con gli altri, fattore imprescindibile per fare in modo che un lavoro possa avere successo.

I primi elementi fondamentali ,quando ci si accinge ad intraprendere un lavoro simile sono:

1) Avere ben chiaro quali siano le aspettative iniziali.

2) L’obiettivo da perseguire che deve essere  innanzitutto Raggiungibile, Concreto, Risolvibile e Stimolante.

Fermo restando che per un gruppo di lavoro più o meno esteso ci sia bisogno di un solo responsabile, è essenziale stabilire quali siano i ruoli che ogni persona coinvolta deve esercitare.

Le persone chiave di un progetto possono essere così identificate:

1) Chi decide: colui che ha potere decisionale

2) Chi osserva

3) Chi coordina: si tratta di solito di una persona che ha l’abilità di influenzare l’interlocutore.

Si può attribuire alla parola influenzare una doppia accezione, la prima negativa intesa come manipolare e la seconda positiva cioè: quella capacità di cambiare il comportamento dell’interlocutore per perseguire un risultato positivo.

Altro componente essenziale risulta essere la Comunicazione a maggior ragione quando si tratta di lavorare in un gruppo ed è fondamentale che avvenga prima, durante e alla fine di un progetto in modo che ci possano essere maggiori scambi di informazione volti a raggiungere l’obiettivo finale.

Un progetto per essere equilibrato deve tener conto di questi tre elementi: Tempo, Denaro e Obiettivo; a seconda del progetto si può adottare due tipi di piani, quello che viene chiamato                                Top-down (dall’altro verso il basso) quando di tratta di un progetto finito; e Bottom-up (dal basso verso l’alto) quando il progetto lo si comincia da zero, quando parte dalla base.

Elemento da non sottovalutare è la Prevedibilità, nel linguaggio comune a questa parola si attribuisce un’accezione negativa vista come una situazione già nota, che non lascia spazio alla novità; invece, nel campo del lavoro, può avere un significato profondamente differente in quanto l’interlocutore si sentirà più coinvolto; può in questo caso essere sinonimo di Affidabilità.

Bisogna convenire che un piano perfetto a priori non esiste perché un progetto è sempre in divenire nel senso che l’idea, la soluzione, per un risultato migliore, viene con il tempo; possiamo quindi affermare che, un piano, paradossalmente è a-temporale; in oltre spesso il tempo a disposizione è breve e quindi bisogna avere la capacità di massimizzarlo e averne buon uso.

All’interno di un lavoro di gruppo è altamente probabile che ci si imbatta in situazioni problematiche; motivo per cui ci sono le regole che fanno in modo che tutti siano allineati verso uno stesso obiettivo; un problema è una circostanza  per la quale non abbiamo una soluzione immediata ed è per questo fondamentale fermarsi, e pensare fuori dagli schemi per trovare una soluzione che possa avere una portata a lungo termine.

Come asserisce Einstein: “Un problema non può essere risolto nello stesso livello che lo ha generato” ragion per cui, dobbiamo adottare delle accortezze che ci consentano di affrontarlo in maniera più lucida e chiara possibile.

ATTIVITA’ CONCETTUALE

Abbiamo elaborato alcune strategie che possono aiutarci ad ottimizzare il tempo a disposizione e raggiungere l’obiettivo prefissato; e questo sono:

1) Limitare la quantità di cose da fare; non più di due alla volta ciò fa risparmiare il tempo

2) Aumentare efficacia: identificare quelle azioni che producono risultati, rendere  chiaro e visivo l’obiettivo

3) Rendere più semplici le cose cioè far in modo che siano meno complicate del problema stesso.

Frezer Villani.

Lezione 22 Febbraio – Intelligenza emotiva in azienda e nel lavoro, Parte1 – strumenti di progettazione per l’accesso ai bandi

22.02.19 – INTELLIGENZA EMOTIVA // PROJECT CYCLE MANAGEMENT

La giornata di venerdì 22 febbraio ha visto la partecipazione di due diversi docenti: la mattina è stata dedicata all’incontro con Luigi Pastore, ingegnere civile e vice-presidente presso l’Agenzia per la mobilità e il trasporto pubblico delle provincie di Varese, Como e Lecco, mentre nel pomeriggio è stata accolta Cristina Pedretti, ex corsista dello stesso Master nella sua edizione del 2013, life coach, formatrice e curatrice del progetto al femminile “Chiacchiere da Venere”.

Con Luigi Pastore è stato affrontato il tema dell’intelligenza emotiva in azienda e nel lavoro, in un primo momento di scambio sulla tematica che avrà poi seguito nel mese di marzo. Pastore, esperto di comunicazione, marketing e motivazione per Marco Redaelli & Associati di Milano, nonché docente e consulente di direzione, appare fin da subito molto appassionato all’argomento proposto. «Non sono qui per darvi risposte o verità assolute, ma per instaurarvi dubbi, perché dove vi sono dubbi, vi sono anche domande». Il suo stile comunicativo è incisivo, profondo, graffiante. Pastore tesse con facilità un discorso molto articolato e complesso, arricchendolo con pillole di filosofia, economia e letteratura, e lanciando continue provocazioni ai partecipanti per stimolarli alla riflessione.

Si è partiti da  una riflessione sulla realtà, che per Pastore  non è oggettiva, ma solamente basata su credenze condivise. Ad esempio,  è discussa l’affermazione secondo la quale “il mondo è ingiusto”. Allo stesso modo ci si sofferma a riflettere su statements come  :

  • la realtà non è come appare”, poiché i sensi sono ingannevoli,
  • siamo tutti migranti”, da un punto di vista storico.

La lezione si sviluppa soprattutto sul tema del diverso. Secondo Pastore “siamo tutti diversi”,  negando il fatto che gli esseri umani collaborino spontaneamente, poiché il diverso fa paura. Emerge, tuttavia, che la diversità è necessaria per risolvere quei problemi complessi che da soli non si è in grado di gestire. È una questione di relazione, che nasce dall’interazione. La relazione è il vero valore della comunicazione fra gli individui. Perché questo sia funzionale, tuttavia, è necessario che l’uomo sia intelligente.

Citando le parole che M. Cipolla utilizza nel suo trattato sulla stupidità umana, l’uomo intelligente è definito come colui che con il suo operato ottiene benefici per sé e per gli altri. A questo punto Pastore apre una parentesi. L’affermazione appena fatta serve ad introdurre il tema della Responsabilità Sociale d’Impresa, non solo intesa come configurazione organizzativa sostenibile sul piano sociale, ambientale ed economico, ma soprattutto come creazione di valore. Un valore non limitato agli azionisti, ma condiviso con tutti gli interessati – i cosiddetti stakeholders – dalle relazioni aziendali (e.g. operai, fornitori, clienti, ambiente). «In una Organizzazione» – specifica l’ingegnere – «non è l’intelligenza assoluta dei singoli che fa la differenza di valore, ma la rete delle relazioni che sanno instaurare, con l’interazione, l’interconnessione, l’interdipendenza e l’integrazione dei loro atteggiamenti e comportamenti, con le situazioni in atto che faticosamente proviamo a conoscere».

Di seguito «l’obiettivo delle intelligenze relazionali è quello di far transitare  soggetti coinvolti nel giudizio, all’ascolto, per conoscere e capire e potersi parlamentare con la complessità della realtà, non solo individualmente, ma interagendo costruttivamente con gli altri in modo qualitativamente e reciprocamente gratificante, circolare, plurilivello, multidimensionale».

Pastore parla di intelligenze relazionali. Poichè, di intelligenze ve ne sono almeno 14 tipi differenti [vedi grafico]. Quella relazionale in particolare risulta utile e necessaria per sviluppare modalità di pensiero divergenti. L’uomo intelligente è l’uomo che ha rispetto per il diverso: in questo modo, esso è in grado di gestire le divergenze, accantonando le visioni della realtà che derivano strettamente dalla sua cultura di riferimento, alla ricerca di soluzioni innovative ed autentiche per il problem solving nella complessità del mondo di oggi.

La conflittualità, afferma Pastore, nasce dal rifiuto della diversità. Al fine, dunque, di inseguire l’eudemonismo – ovvero la ricerca del bene e della felicità in modo naturale – è necessario rifarsi all’intelligenza emotiva (relazionale e sociale). Questo tipo di intelligenza ricorre all’intelletto per scoprire, intendere e gestire le nostre e le altrui emozioni, educando ai sentimenti e al controllo delle passioni. La crescita, intesa come progresso, a livello individuale così come sul piano organizzativo, appare dunque possibile solo nel momento in cui l’uomo applica la gestione delle emozioni e si apre al rispetto per il diverso.

Infine, Pastore ha introdotto i temi della leadership, del rischio e del metodo scientifico per definire al meglio la figura dell’imprenditore, differente da quella del capo e del manager, intesa come soggetto in grado di porsi degli obiettivi.

Di obiettivi, formali, di business, professionali, personali si è parlato nell’incontro del pomeriggio, in compagnia di Cristina Pedretti.

Pedretti, esperta in didattica assistita dalle nuove tecnologie, lavora per Fondazione Luigi Clerici occupandosi di formazione e coordinamento, ma è più nota alla cronaca per il suo progetto di soft coaching ed empowerment femminile: il blog e canale podcast “Chiacchiere da Venere”, segnalato anche da ELLE.it fra le dieci migliori trasmissioni al femminile.

La prima parte delle ore pomeridiane è stata dedicata agli strumenti di progettazione per l’accesso ai bandi gestiti dall’Unione Europea, in particolare attraverso il Project Cycle Management, ovvero la gestione del ciclo del progetto [in figura].

Dopo aver illustrato l’iter procedurale di un bando, ponendo l’attenzione anche sui requisiti richiesti dagli stessi, l’intervento si è soffermato sulle principali caratteristiche che un buon progetto deve avere. Esse sono individuate

  • nella pertinenza,
  • nella fattibilità
  • nella sostenibilità.

E’ indispensabile, inoltre, che il focus del progetto sia sui reali bisogni dei destinatari. Lo strumento consigliato dalla dottoressa Pedretti per mantenersi focalizzati è quello denominato “albero dei problemi”. Partendo da un macro-problema reale, risulta opportuno analizzarlo attraverso la tecnica del brainstorming per individuarne sotto-problematiche, cause e conseguenze.

Successivamente, lo schema creatosi attraverso questa attività di pensiero è sottoposto ad un cambiamento di prospettiva, un ribaltamento, divenendo “albero degli obiettivi”. In questo modo, infatti, i micro e macro-problemi prima individuati divengono gli obiettivi effettivi, gli scopi del progetto, e le loro cause diventano gli atti sui quali attuare procedure trasformative effettive. Per assicurarsi un continuo controllo delle risorse, delle spese e delle condizioni verificabili per ciascun obiettivo, a questi strumenti vengono in aiuto il Logical Framework Matrix, ovvero l’Approccio al Quadro Logico, e il Business Model Canvas. Quando si scrive un bando, infatti, bisogna avere ben chiari

  • i criteri formali – l’eleggibilità del destinatario,
  • il budget di riferimento,
  • la calendarizzazione
  • le procedure di valutazione dei risultati che si intendono mettere in atto
  • le risorse a disposizione (partner chiave, attività chiave, canali…).

I vantaggi derivati dall’utilizzo di questi strumenti sono molteplici:
– la formulazione chiara degli obiettivi
– il focus sui risultati
– la flessibilità rispetto alle azioni messe in pratica (adattamento)
– la sostenibilità
– il monitoraggio e il controllo continuo
In questo modo, “se i risultati sono forniti e le condizioni avverate, allora gli obiettivi del progetto saranno raggiunti!”, conclude Pedretti.

La life coach passa successivamente a raccontare la nascita e l’evoluzione del suo progetto “Chiacchiere da Venere”. Illustrando  i risultati ottenuti dalla sua attività in termini di visibilità (followers, visite al sito, iscrizioni alla newsletter e acquisto infoprodotti) e i suoi progetti futuri, strategie di crescita e nuovi obiettivi. L’idea, nata nel 2016 come raccolta di interviste su temi femminili, si è infatti ampliata e sviluppata negli anni comprendendo un blog, un podcast, un sito web e un canale Youtube, elaborati con grande attenzione alle modalità comunicative. Oggi Pedretti, attraverso il personal branding e la brand awareness, punta a far maturare il suo progetto fino a renderlo la sua attività principale, promuovendo anche eventi, infoprodotti e percorsi di coaching personalizzati. E il team di Lecco100 non può che augurarle buona fortuna.

Nell’ultima parte del pomeriggio è proposta una mini-attività di empowerment personale, ovvero il “tu senza limiti”, secondo la seguente consegna: “Immagina di non avere alcun limite (tempo, competenze, soldi, relazioni…). Come ti vedi fra 3-5 anni? Cosa stai facendo? Chi sei diventato?”.

Dopo un primo momento di pensiero più libero in merito, si è passati alla focalizzazione di un obiettivo definito S.M.A.R.T. e alla stesura di un personale piano d’azione per il raggiungimento di tale obiettivo, definendo steps che fossero specifici, a basso rischio percepito, realizzabili a breve tempo, verosimilmente raggiungibili e congrui con il risultato atteso.

L’attività di Coaching, spiega infine Pedretti, è volta proprio a supportare i soggetti durante il periodo di progettazione e realizzazione di un obiettivo, affrontando la paura, la demotivazione e il disorientamento.

E tu, che stai leggendo, fermati un momento a riflettere: qual è il tuo prossimo obiettivo?

Il Master LECCO100 continua.

Erica Riganelli