Paradossi

«Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.» vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_del_Comma_22

I paradossi ci circondano, noi stessi spesso tentiamo soluzioni paradossali, insistendo a fare cose che ci danneggiano e per me è venuto il momento di parlarvene. Se vi sentirete confusi non vi preoccupate, è così che funziona.

Qui daremo riferimenti teorici e casi reali, per i più semplici, quelli proposti dai greci oltre duemila anni fa, come il paradosso del mentitore, potete trovare degli esempi su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_del_mentitore

Burocrazie quotidiane

Se a qualcuno di voi è capitato di acquistare in Italia un appartamento, di finalizzare una pensione o di usufruire di incentivi di legge, la summa dei problemi burocratici da affrontare è spesso piena di paradossi.

Come dicevo nel caso della burocrazia i paradossi non sono solo giochi di parole, ma hanno tragiche ricadute nella realtà, con danni fisici e psicologici sulle persone che ne sono vittime consapevoli.

Mi ricordi che quando ho fatto il militare, il giorno successivo al mio arrivo nell’amministrazione del Distretto Militare, venne a mancare il tenente colonnello che lo dirigeva. Fra i vari documenti richiesti in quel caso dall’amministrazione ce n’era anche uno che, per ottenere la pensione, doveva essere firmato da lui. Ovviamente i colleghi hanno risolto e la situazione da tragica ha assunto almeno una sfumatura comica.

Un po’ di teoria

Nel master di Lecco 100 incontriamo i paradossi in alcuni momenti, ad esempio quando parliamo di macchine algoritmi e intelligenza artificiale, perché le lingue umane e l’algebra producono i linguaggi di programmazione. I linguaggi di programmazione si portano dietro alcuni limiti, per esempio non si possono scrivere metafore o metonimie e soprattutto è possibile scrivere frasi paradossali. Questo significa che non esiste un linguaggio umano in grado di scrivere qualcosa di sicuramente esatto, o per avvicinarci a Godel potremmo dire coerente e completo.

Ludwig Wittgestein sosteneva che non è possibile descrivere qualcosa in modo atomico, ovvero esattamente, anche se è possibile mostrarlo. Bertrand Russell rispondeva che nonostante i limiti del linguaggio credeva di capire quello che diceva Wittgestein.

Semplicemente siamo destinati a incappare in qualche paradosso, continuamente, e quindi tanto vale saperne qualcosa in più. Le osservazioni di Wittgestein però potrebbero farci sospettare che la verità oggettiva non esiste.

Bertrand Russell a sua volta aveva studiato l’insiemistica proponendola come sistema completo e coerente, finché una mattina si svegliò e formulò una frase che, se la memoria mi assiste, dovrebbe essere: “Se esiste l’insieme degli insiemi che non appartengono a nessun insieme l’insiemistica è incoerente. Se non esiste l’insieme degli insiemi che non appartengono a nessun insieme l’insiemistica è incoerente.”

Prendete fiato cinque minuti con un filmato paradossale e poi torniamo a quello che succede nel mondo reale.

Un altro grande psicologo, Paul Watzlawick metteva l’accento su come le nostre credenze e convinzioni possono generare paradossi, vicoli ciechi che si trasformano in problemi psicologici cronici se ripetuti nel tempo. Ad esempio, raccontava questa storiella:

“Una donna, ricoverata d’urgenza in via provvisoria all’Ospedale Generale di Grosseto in uno stato di schizofrenia acuta, doveva essere trasferita nella clinica psichiatrica della sua città natale, a Napoli. All’arrivo degli infermieri, la paziente era seduta sul letto, completamente vestita, con la borsa già pronta. Alla richiesta di seguire gli infermieri e di entrare nell’ambulanza che la doveva portare a Napoli, la donna dette in escandescenze, diventò belligerante; ebbe quella che si potrebbe definire una crisi di schizofrenia. Dopo un’iniezione calmante, l’ambulanza partì per Napoli, ma all’altezza di Roma, venne fermata e rimandata d’urgenza a Grosseto. C’era stato un errore: la signora era solo la parente di un uomo che era stato operato all’ospedale e che era stata scambiata per la paziente schizofrenica.”

Secondo le convinzioni di tutti quelli che aveva intorno ogni pretesa della donna di non essere pazza era una ulteriore conferma del fatto che lo era, dopo tutto era in un ospedale seduta su un letto.

«Solo gli imbecilli non hanno dubbi» «Ne sei sicuro?» «Non ho alcun dubbio!» – Luciano De Crescenzo – Il dubbio

Torniamo ai tempi nostri. Tenete conto che approfitto dell’esperienza personale per descrivere il tema dei paradossi con esempi comprensibili.

Il piccolo comune e il paradosso della legge

“Le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni”. vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Il_lastrico_dell’inferno

I piccoli comuni non hanno il budget per avere personale tecnico a tempo pieno, quindi risolvono con contratti part-time. Il risultato è che per una pratica edilizia c’è un tecnico part-time due mezze giornate la settimana. Così si producono effetti devastanti:

  • il lavoro di una settimana durerà un mese
  • rallenta il naturale rinnovo della popolazione del paese
  • Si sfavorisce la ristrutturazione dei vecchi immobili rendendo il centro paese un posto dove cambiano solo gli annunci mortuari
  • e soprattutto le normative edilizie sono le stesse che tu sia un grande o un piccolo comune.

Abbiamo quindi creando un sistema inefficiente e carico di frustrazioni in base alle credenze di tutte le parti che vi concorrono. Chi gestisce il comune, i tecnici che intermediano con la legge, i proprietari che modificano l’immobile e i successivi proprietari che ne attendono la consegna.

[Paradosso 0:]

Noi di Lecco 100 citiamo sempre il fatto che le regole servono a potersi immaginare un futuro possibile, ma pensare di risolvere i problemi aumentando le regole di solito produce nuovi problemi.

Una soluzione reale

Avendo gestito aziende di informatica mi è capitato di gestire i servizi informatici di diversi comuni. Semplicemente si stimava il budget delle ore necessarie e le si utilizzavano solo su richiesta, senza cadenze fisse. Insomma, a parità di risorse si rendeva flessibile la gestione del tempo.

L’altra soluzione che l’esperienza in paesi più organizzati dell’Italia mi ha insegnato è semplicemente insistere. Possibilmente in più persone organizzate in tempi diversi.

L’accesso all’energia e i suoi paradossi

Quando parliamo di energia parliamo di Elettricità, Gas, Acqua. Le modalità di installazione e di rilascio sono diverse:

  • Elettricità: rilasci delle dichiarazioni e la ottieni velocemente, anche in caso di installazione del contatore
  • Gas: devi rilasciare una serie di dichiarazioni tecniche certificate e per ogni passaggio, contratto, allacciamento e fornitura i tempi vanno dai 15 ai 30 giorni.
  • Acqua: te la danno solo se hai la proprietà del bene o un contratto di comodato/affitto.

[Paradosso 1:]

Questo vuol dire che se stai ristrutturando solo un monolocale puoi avere l’elettricità, per il gas devi aspettare le certificazioni degli idraulici e per avere l’acqua devi fare il rogito. Puoi caricare il cellulare ma non puoi pulire il pavimento. Scordati di installare una cucina. Quindi l’acqua, la fonte indispensabile della vita e di pulizia è di fatto la più inaccessibile. In compenso puoi guardare Netflix.

La comunicazione che genera paradossi

Una comunicazione classica con un fornitore di energia, ad esempio il Gas, inizia con il contratto e poi prosegue con la richiesta di certificazione dell’impianto da parte di un tecnico, dei dati catastali e una documentazione di riepilogo.

La probabilità che ci sia qualcosa che non va o un dato mancante è quasi una certezza; quindi, il fornitore analizza e risponde chiedendo documenti aggiornati. Tu li invii e chiedi le date per le installazioni e l’avvio della fornitura.

A questo punto cominciano i paradossi, ovviamente ne parlo perché li ho vissuti sulla mia pelle.

Daniel Pennac, meraviglioso scrittore e insegnante di liceo classico in Francia, diceva che quando fai una domanda a un allievo ti può dare tre possibili risposte:

  • quella giusta
  • quella sbagliata
  • quella assurda

    Qulla assurda è facile. Dopo una settimana dall’invio telefoni e ti dicono di mandargli i documenti cartacei perché quelli digitali non li riescono a scaricare.

    [Paradosso 2:]

    Ma ovviamente Pennac non ha tenuto conto della fantasia italiana che rende possibile la quarta: non rispondere.

    Non risponde anche ai solleciti, ma grazie alla tecnologia moderna il fornitore ha un fantastico call center con numero verde che ti potrà aiutare.

    Il call center

    “Traduzione: Un buon servizio clienti è raro. Quando qualcosa è raro, ha valore. Quando qualcosa ha valore, è costoso. Un cattivo servizio clienti è il nostro modo di far risparmiare i nostri clienti.”

    “Buongiorno, la telefonata verrà registrata, se vuole assistenza su …”

    Dopo un percorso che sembra una avventura radiofonica dove fai le scelte con una tastiera e ogni tanto ti propone dei tempi di attesa o “se preferisce la richiamiamo”, ad un certo punto senti:

    “L’operatore le risponderà a breve dalla Romania”

    Mi sono sempre chiesto perché mi devono dire da dove risponde l’operatore, cosa cambia in me sapere che risponde dalla Romania o dall’India? A me basta che risponda!

    Devo dire che dopo un po’ di anni con Amazon e il suo ineccepibile call center che mi ha sempre risolto qualsiasi problema, l’azienda ha dimostrato a tutti gli altri che qualcosa si può migliorare. Siamo ancora molto lontani dal concetto di Customer care perché probabilmente gli italiani non sanno che esiste.

    I tre operatori dell’azienda del gas con cui ho avuto a che fare sono stati gentilissimi, hanno ripercorso tutta la storia, hanno confermato che ho risposto ad ogni richiesta correttamente e alla fine si sono schiantati contro il muro di silenzio dell’installatore, che loro evidentemente pagano per fare il suo lavoro, ma non per rispondere al cliente né tantomeno a loro.

    [Paradosso 3:]

    Quindi possiamo dire che l’azienda paga un call center inutilmente per tamponare la mancanza di comunicazione con altra comunicazione inutile e di fatto produce l’incapacità di rispondere ai clienti che gli danno da mangiare:

    • il call-center non può risolvere il problema
    • se la comunicazione/organizzazione funzionasse il call-center non esisterebbe
    • quelli che lavorano al call-center è meglio che non si facciano domande sulla loro utilità professionale
    • qualsiasi cosa farai come cliente non avrà nessun effetto, escluso il cambiare operatore ricominciando da capo e facendoti del male.

    Una soluzione reale

    Più di un allievo di Lecco 100 negli anni è entrato a far parte di aziende che ristrutturano processi aziendali. Uno di questi mi ha raccontato che uno dei più grossi call center di una grande azienda software italiana è stato oggetto dei loro studi di riorganizzazione con il risultato che avrebbero potuto ridurre del 75% i costi legati alla gestione delle attività del call center. Il cliente che aveva come obiettivo il 15% si è accontentato del 25%.

    Dopo l’azienda del gas capisco che non è così difficile migliorare qualcosa.

    Quando il paradosso diventa pericoloso

    Il paradosso diventa pericoloso quando non hai alcuna scelta possibile che possa rispondere validamente al problema. In sintesi, non puoi vincere, non puoi smettere di giocare e non puoi pareggiare.

    Questa cosa in psicologia si chiama doppio legame ed è stato ipotizzato da Gregory Bateson antropologo e psicologo osservando il comportamento di pazienti schizofrenici, vedi Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Doppio_legame_(psicologia)

    Le madri sono dei talenti naturali nella creazione di doppi legami in totale buona fede, ecco un esempio: Tu hai 16 anni e la mamma per il tuo compleanno ti compra due paia di jeans. Vai nella tua stanza, ne indossi uno ed esci per farti vedere. La mamma ti guarda e dice “Ma allora quell’altro non ti piace”. Game over.

    Se vieni costantemente messo in una situazione di stallo perché le parole dicono una cosa e le emozioni un’altra e la tua mente non accetta l’incompletezza, sei destinato ad una nevrosi acuta.

    Ed è esattamente quello che succede quando qualcuno non risponde ad una richiesta per la quale dipendi da lui, in una situazione dove hai vincoli e scadenze interdipendenti fra loro.

    Una soluzione reale

    Finché i paradossi restano linguistici sono risolvibili. Per esempio, si potrebbe rispondere alla mamma che non puoi mettere due pantaloni alla volta. Oppure che hai indossato l’altro paio sotto. Oppure “si mi piace questo, l’altro riportalo al negozio!”

    Paul Watzlawick e Giorgio Nardone hanno fondato la scuola di Psicoterapia breve strategica che con innumerevoli successi ha dimostrato praticamente che la ristrutturazione del pensiero del paziente è una strategia che funziona.

    In conclusione

    • non possiamo essere certi di dire qualcosa esattamente, quindi non possiamo parlare di verità assoluta
    • le nostre decisioni contengono sempre potenzialmente dei paradossi
    • per onestà devo dire le cose cambiano costantemente e c’è sempre la possibilità che qualcuno menta volontariamente

    Se vi sentite confusi, non trovate un inizio e una fine, è esattamente lo stato mentale che i paradossi producono.

    Spero che possiate cominciare ad accorgervi dei paradossi che vivete e che vi circondano, e che possiate divertirvi a generarne di nuovi, perché, nonostante tutto, la specie umana è stata in grado di navigare prima di sapere cosa fosse un’onda e la nostra mente è in grado di convivere con contraddizioni, di cambiare, di adattarsi e migliorare.

    Se stanotte farete strani sogni non preoccupatevi.


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    Verso l’intelligenza emotiva ed oltre

    Ho fatto un patto sai con le mie emozioni…le lascio vivere e loro non mi fanno fuori! (Vasco Rossi)

    DAVOS/SWITZERLAND, 27JAN11 – Daniel Goleman, Co-Director, Consortium for Research on Emotional Intelligence in Organizations, Rutgers University, USA, speaks during the session ‘The New Reality of Consumer Power’ at the Annual Meeting 2011 of the World Economic Forum in Davos, Switzerland, January 27, 2011. Copyright by World Economic Forum swiss-image.ch/Photo by Michael Wuertenberg

    Correva l’anno 1995 e Daniel Goleman pubblicava il suo libro “Intelligenza emotiva” ed il suo approccio ha avuto un successo enorme. Mi ricordo che lo lessi nel 1997 in italiano e ne rimasi colpito, lui scrive bene ed è chiaro e ci sono molti esempi. Era già qualche anno che gli psicologi trattavano il tema delle emozione con un interesse accademico e clinico e con una prospettiva nuova, Daniel Goleman ha trovato le parole giuste.

    Come sempre che conta è trovare la domanda corretta: Pesano di più le conoscenze e il sapere o la gestione e il controllo delle emozioni per avere una vita di successo? Negli anni ‘90 si diceva: Vale di più avere un Q.I. (quoziente intellettivo) alto o un Q.E. (quoziente emotivo) alto?

    Sembra che prevalga la capacità di riconoscere e controllare le nostre emozioni, saperle esprimere e comunicare, e quindi avere un buon comportamento. Il Q.E. favorisce la crescita personale e il successo sociale. E visto che, come dicono i maestri, la comunicazione e il comportamento sono due facce della stessa medaglia, un buon comportamento favorisce una buona comunicazione.

    Teniamo conto del periodo in cui questo concetti sono stati espressi e del fatto che sono una emanazione della cultura americana, funzionale anche alla visione occidentale in generale.

    Ci sono paesi con culture diverse dalla nostra, come molti stati islamici o orientali, dove l’autoritarismo è considerato indispensabile nel comportamento di chi comanda.

    Da noi per esempio l’essere autorevoli, cioè essere competenti e con esperienza dimostrata in un argomento, può essere un buon criterio di scelta per un insegnante. Ma l’intelligenza emotiva sta li a dirci che ci sono motivi di successo nella comunicazione dei grandi carismatici che riguardano la loro capacità di rappresentare le emozioni più che le storie in sé.

    Questa qui sotto è la mappa della prima formulazione delle dimensioni dell’intelligenza emotiva:

    Daniel Goleman sostiene che ci sono delle competenze personali e delle competenze sociali.

    L’aspetto ancora più interessante è che Daniel Goleman si concentra su quello che dipende da noi, sull’output delle nostre azioni, conseguenza di come riconosciamo e controlliamo le nostre emozioni. Pensate a quante volte vi siete pentiti per non aver taciuto.

    Si aprono scenari interessanti, ad esempio una persona con una grande fiducia in se stessa potrebbe avere un basso autocontrollo, quindi una minima analisi di noi stessi può darci delle indicazioni su cosa migliorare.

    Vedi Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Intelligenza_emotiva

    Ci sono ovviamente punti di vista diversi su cosa sia il carisma, e in programmazione neuro linguistica nei libri di Robert Dilts, qualche anno prima di Goleman, lo studio dei comportamenti dei grandi carismatici ha portato a trovare degli elementi linguistici comuni e trasversali, Da Gesù Cristo ad Adolf Hitler, identificando modelli di comunicazione.

    È doveroso notare, come diceva Karl Popper, che la psicologia non è una scienza. e molte cose sono cambiate.

    Ad esempio, se consideriamo la parte di input, cioè le emozioni che proviamo quando gli altri comunicano con noi, scopriamo che quando impariamo qualcosa memorizziamo le nozioni e insieme le emozioni che stavamo provando in quel momento, perché pare che la memoria nasca proprio dalla reazione emotiva, che il nostro cervello rettile produce. Poi si consolida nel tempo nella neocorteccia. E quindi se ci annoiavamo mentre leggevamo Manzoni a scuola anche oggi sbadigliamo alla vista dei promessi sposi. Però se riusciamo a cambiare le nostre emozioni controllandoci potremmo riuscire a imparare quel maledetto inglese che è tutta la vita che ci perseguita.

    Un’altra scoperta relativa alle emozioni, di un secolo prima, è che quando una comunicazione fortemente emotiva viene interrotta bruscamente (es: la rottura di una relazione) si genera un effetto di vuoto che ci spinge a cercarne i motivi, magari inesistenti. Questo lo dobbiamo a Bluma Zeigarnik. Ecco svelato il motivo perché le serie tv si interrompono sempre in un momento emotivo. Il seguito alla prossima puntata.

    Il punto di vista precedente che aveva avuto più successo relativamente alle emozioni è stato quello derivato da quarant’anni di studi di Paul Ekmann che, a partire da ricerche antropologiche ha avuto modo di notare che ci sono emozioni di base che sono comuni a tutti gli uomini, a prescindere dalla cultura di origine. A scatenare il putiferio è stata la sua constatazione che le emozioni di base si esprimono attraverso microespressioni facciali riconoscibili.

    Tutto questo prima che venissero scoperti i neuroni specchio a metà degli anni ‘90. I neuroni specchio sono quelli che di fatto ci danno la capacità di imitare (imitazione=apprendimento) e di provocare empatia, di accendere le stesse parti del cervello della persona che stiamo guardando o ascoltando.

    Negli ultimi anni sono emersi gli studi di Lisa Feldmann Barrett sulla natura delle emozioni e spesso, secondo lei, si dimostrano incontrollabili perché sono reazioni che abbiamo appreso, a cui siamo stati educati, per saper scegliere come reagire in ogni situazione. Insomma, per la maggior parte sono anch’esse un prodotto culturale specifico del contesto in cui cresciamo, soprattutto se vissute in un gruppo. Paul Ekman potrebbe sembrare in contrapposizione con questa tesi, in realtà i suoi studi sono piuttosto profondi e distinguono le reazioni emotive del singolo. Nel 1987 condusse un esperimento per stabilire quanto influisse il contesto sociale, testando un gruppo di americani e uno di giapponesi, rilevando come i giapponesi apparissero meno espressivi solo in compagnia, mentre da soli esprimevano le stesse emozioni primarie.

    Vista la varietà delle ipotesi e la vivacità del dibattito vi invitiamo a guardare qualche filmato su YouTube o TED Talk, perché a parte Karl Popper, gli altri autori sono tutti vivi mentre sto scrivendo e quasi tutti continuano a pubblicare.


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    Efficienza e teoria dell’informazione

    “Il diavolo è nei dettagli.” – Motto della Toyota Motor Company

    Un argomento su cui riflettere.

    La teoria dell’informazione propone un modello per spiegare come si formano i significati e il sapere. Va oltre la linguistica e tocca elementi di dialogica e comunicazione, nonché almeno due diversi metodi di analisi computazionale. C’è molto da riflettere e per quanto ci riguarda ci limiteremo a valutare alcuni aspetti pratici che ci possano portare qualche vantaggio professionale.

    Rif: https://en.wikipedia.org/wiki/DIKW_pyramid

    Il problema dell’efficienza

    Una delle domande che mi appassiona è: qual è il metodo più efficiente per prendere appunti, per tracciare l’informazione e per mantenere il significato?

    Negli anni ‘80 quando era di moda la lettura rapida Woody Allen raccontava una storiella: “Ho fatto la lettura rapida di Guerra e Pace. Mi ricordo che parlava della Russia.”

    Questo per dire che il rapporto fra velocità e ritenzione dell’informazione è inversamente proporzionale, più vai veloce e meno memorizzi.

    Se vai molto lento memorizzerai di più, ma la profondità è nemica dell’efficienza. Ciò significa che, ad esempio, posso raccontare una storiella usando:

    • la scrittura
    • una mappa concettuale
    • una mappa mentale

    L’attenzione nello specifico esempio si concentra sulla relazione tra la quantità di informazioni e il dispendio di tempo.

    Tutti i numeri relativi al rapporto tempo/completezza sono solo stime approssimative.

    La storia scritta

    “Giorgio è un contabile, bruno e con gli occhi azzurri.

    Ama Cristina, un’interprete bionda con gli occhi verdi che lavora con lui.

    Giorgio possiede dal 2018 un’auto che Cristina guida con patente B. L’auto è un SUV BMW verde”.

    • Tempo di creazione: 5 minuti
    • Quantità di informazioni: 50% parole e 50% immaginazione.
    • Pro: scrivere è un’abitudine e rispondere in tempo reale al nostro pensiero.
    • Contro: non possiamo rappresentare le immagini che sono la maggior parte della nostra capacità di percepire e spiegare.

    La mappa concettuale

    • Tempo di creazione: 20 minuti
    • Quantità di informazioni: 80% parole + immagini + relazioni e 20% immaginazione.
    • Pro: non abbiamo un centro, possiamo iniziare a leggere ovunque, e le immagini supportano la percezione e le relazioni sono dettagliate.
    • Contro: richiede molto tempo.

    La mappa mentale

    • Tempo di creazione: 5 minuti
    • Quantità di informazioni: 70% parole + immagini + relazioni e 30% immaginazione.
    • Pro: scrittura veloce, lettura veloce e immagini che supportano la percezione.
    • Contro: abbiamo bisogno di un centro per iniziare la storia e alcuni dettagli delle relazioni potrebbero essere nascosti.

    Dal punto di vista dell’efficienza, il vincitore è la mappa mentale.

    Dal punto di vista della completezza, il vincitore è la mappa concettuale.

    Questo è uno dei motivi per il quale insegniamo per prima cosa a fare le mappe mentali, vedi articolo:

    Sulle spalle dei giganti: Tony Buzan e le mappe mentali

    Ciò non toglie che anche la scrittura, grazie a metodi relativamente recenti e soprattutto a nuovi strumenti informatici, può essere gestita in modo più efficiente, e per questo insegniamo la teoria del Second Brain e i Personal Knowledge Management, vedi articolo:

    Tiago Forte: come costruire un secondo cervello


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    La condizione umana e la saggezza. Scopriamo l’Ikigai.

    “La verità vi renderà liberi, ma prima vi renderà infelici.” (Richard Rohe)

    Negli articoli precedenti di questo blog abbiamo mostrato metodi e strumenti professionali utili per lavorare meglio e vivere meglio. L’età matura ci ha donato l’esperienza e la riflessione sull’esperienza ci ha portato a selezionare quanto di buono abbiamo potuto provare e sperimentare di persona. Per noi e in particolare per i nostri giovani, per crescere.

    Perché combattiamo?

    “Chiedersi perché combattiamo è come chiedersi perché le foglie cadono. È nella loro natura” (World of Warcraft -Pandaria Trailer)

    La realtà è sempre stata difficile, e possiamo vederlo dalla nostra storia, dal neolitico ad oggi. Per quello che ne sappiamo, nel neolitico abbiamo creato i primi strumenti per riscattarci dallo stato di soggezione ai vincoli della natura animale e nel presente siamo talmente pervasivi nella realtà del pianeta da rischiare di distruggerlo.

    Per dare una misura dal Paleolitico al Neolitico sono trascorsi circa due milioni e mezzo di anni. Dal Neolitico ad oggi circa 12.000.

    Per dare qualche riferimento sui grandi pensatori che hanno analizzato la condizione umana possiamo citare il Budda, che lo ha fatto nel modo più diretto con le Quattro nobili verità:

    1. C’è la sofferenza.
    2. Esiste un’origine della sofferenza.
    3. Esiste la cessazione della sofferenza.
    4. Esiste un sentiero che porta alla cessazione della sofferenza.

    (vedi Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Quattro_nobili_verità)

    Per tornare nella cultura occidentale, in particolare nella cultura del Cristianesimo dalla quale siamo influenzati se siamo cresciuti in Italia, praticanti o no, e nella quale esiste una forma di ottimismo finale. La speranza di riscattarci da una vita piena di scelte sbagliate, di errori, di sofferenze e di avere una seconda possibilità, come nel caso della donna malata che ha toccato la veste di Cristo citata nei vangeli: https://www.laparola.net/wiki.php?riferimento=Mt9,20-22;Mc5,25-34;Lc8,43-48&formato_rif=vp.

    Queste citazioni sono una premessa utile per notare che anche Gesù Cristo, nel discorso della montagna (https://www.laparola.net/testo.php?riferimento=Matteo+6%2C25-34&versioni[]=C.E.I.), riconosce che “A ciascun giorno basta la sua pena.”

    La maggioranza dei genitori non ha gli strumenti per orientare i figli in una realtà complessa, anzi la maggior parte di noi inizia a conoscersi e a capire cosa ci piace intorno ai quaranta anni, secondo un’affermazione di Abraham Maslow lo psicologo umanista che ha studiato la gerarchia dei nostri bisogni rappresentata in una piramide.

    La nostra responsabilità

    Consapevoli del nostro ruolo educativo a Lecco 100 negli anni abbiamo sviluppato un percorso per aiutare i ragazzi, in particolare una sessione di mezza giornata, dove tutti quanti vengono messi in gioco con domande, risposte ed esercizi per aprire uno spazio alla consapevolezza di sé ed alle opportunità potenziali.

    I passi sono:

    1. Esprimere desideri, a partire da un’ispirazione proposta da Alan Watts.
    2. Incontrare la filosofia giapponese dell’Ikigai per scoprire di avere dei motivi per vivere equilibratamente.
    3. Trasformare i desideri in obiettivi per poterli gestire e misurare consapevolmente.
    4. Incontrare il modo di pensare KaiZen per gestire anche i grandi obiettivi. vedi articolo: Kaizen per migliorare
    5. Imparare il metodo W.O.O.P per superare i possibili ostacoli. vedi articolo: Gabriele Oettingen e il potere del pensiero positivo
    6. Prepararsi al peggio, pianificando ed agendo. vedi articolo: Epitteto e il comportamento degli stoici
    7. Tenere conto delle regole esistenti per immaginare cosa possiamo fare. Vedi articolo: Edward De Bono e il pensiero Laterale

    L’Ikigai

    Cominciamo a parlare di Ikigai ricordando a tutti che l’equilibrio è un concetto dinamico, esiste solo in movimento, come quando attraversiamo un ruscello saltando di pietra in pietra. La felicità, che è un altro modo di finalizzare l’Ikigai, come abbiamo descritto nell’articolo dedicato a Mihaly Csikszentmihalyi, è uno stato che si raggiunge attraverso una serie di azioni, in movimento, vedi: Mihaly Csikszentmihalyi e la ricerca della felicità

    Il termine Ikigai può essere tradotto in modi diversi, ragion d’essere, ragione di vita, un motivo per alzarsi la mattina.

    Si concretizza quotidianamente in azioni finalizzate all’obiettivo di realizzare il proprio potenziale, che sia umano o professionale in un percorso pensato per cercare di avere una vita equilibrata.

    I Cinque Pilastri

    • Iniziare in piccolo
    • Dimenticarsi di sé
    • Armonia e sostenibilità
    • Gioia per le piccole cose
    • Essere nel qui ed ora

    Questi titoli un po’ generici e sibillini nascondono una ricerca plurimillenaria che ci dice che per ogni cosa che intraprendiamo c’è sempre un inizio, dobbiamo in qualche modo darci fiducia, non essere per forza la versione che sentiamo di dover rappresentare di noi stessi, ma quella che potremmo essere praticando con gioia qualcosa che ci piace e poi ricordarci di essere presenti, qui ed ora.

    Il diagramma di Venn qui sotto descrive da solo come funziona l’Ikigai.

    Guardare il mondo, da studente, da lavoratore o da pensionato con le lenti dell’Ikigai, ci fa pensare al futuro come un posto dove potremo partecipare.

    Noi di Lecco 100 ci limitiamo ad una introduzione per far scegliere ai ragazzi, nella lista dei loro desideri, quali rispondono alle domande dell’Ikigai.

    La tesi dell’Ikigai è la seguente:

    Se scopri qualcosa che ami fare continuerai a farlo fino a diventare bravo, e se questa cosa è utile al mondo e potrebbe essere qualcosa per cui essere pagato, raggiungerai un equilibrio.

    Perché:

    1. se fai quello che ami e lo sai fare bene hai trovato la tua passione, quindi la prima domanda è: Cosa mi piace?
    2. se quello che ami fare è utile al mondo hai trovato la tua missione, quindi la seconda domanda è: Cosa sai fare?
    3. se diventi così bravo nel fare qualcosa hai trovato la tua professione, quindi la terza domanda è: Di cosa ha bisogno il mondo?
    4. e se il mondo ti ripaga per fare qualcosa di utile hai trovato la tua vocazione, quindi la quarta domanda è: Per cosa potrei essere pagato?

    Avere le domande giuste rende più facile trovare le risposte. Pochi di noi trovano la loro passione da giovani, ed in ogni caso è sempre una scoperta.

    Questo è tipico delle età dai 15 ai 20 anni, in cui facciamo delle scelte per prepararci a fare e lavorare nel mondo, terminando (forse) entro i 30 anni la ricerca di un’identità e di uno stile di vita soddisfacente.

    Ad esempio, poniamo che vogliamo metterci a frequentare un corso per imparare a programmare. Potremmo chiederci se è qualcosa che risponde a tutte e quattro le istanze dell’Ikigai prima di farlo. Mi piace? Potrei amarlo? Potrei diventare bravo? Potrebbe essere un lavoro? Questo porta ad altre domande, ad esempio, se non lo so fare lo posso imparare?

    Anche nel caso fosse un corso di lingua che ci serve per un lavoro già in atto possiamo farci le stesse domande.

    Questo è il modo che abbiamo per costruire un obiettivo professionale che ci permetta di attraversare la vita adulta e di arrivare a una vecchiaia sostenibile.

    L’ikigai è anche un modo per ritornare a noi stessi quando ci perdiamo, quando abbiamo momenti duri e dobbiamo trovare la forza di rialzarci e ritrovare una strada. Capita nella vita di perdere il lavoro, di lasciarlo volontariamente e di cambiarlo. Diversi allievi di Lecco 100 si sono presi un anno sabbatico o hanno cambiato radicalmente lavoro e sono venuti in aula a raccontarcelo.

    Attenzione alle interpretazioni

    Per prima cosa potremmo notare che se la finalizzazione dell’Ikigai fosse solo il lavoro, come capita in molte culture occidentali, nel momento in cui cesserai di lavorare perderai il tuo equilibrio.

    Il significato che noi occidentali possiamo dare a queste parole differisce ovviamente dal senso profondo per l’appartenenza a un popolo tipica dei giapponesi e di altre culture orientali dove fare e lavorare sono soprattutto un termine di partecipazione alla società.

    Secondo il professor Akihiro Hasegawa, IkiGai contiene la parola gai che deriva da Kai (conchiglia) che nel periodo Heian (794-1185) era considerata preziosa. Kai fa parte anche di altre parole come yarigai e hatarakigai che possono essere tradotte come il valore nel fare e nel lavorare. (vedi: https://it.insideover.com/politica/ikigai-vita-giappone.html)

    Questo per dire che l’Ikigai è frutto di una cultura plurimillenaria molto diversa dalla nostra. L’Ikigai è inteso come uno strumento per vivere bene quotidianamente, concretamente e in ogni stagione della vita.

    I giapponesi intendono quindi l’essere pagati, non necessariamente un ambito economico, ma una ricompensa sociale, vuoi perché mantenendo azioni equilibrate, ad esempio, nel movimento fisico e nella dieta, vivono più a lungo. Così nell’esercizio dell’arte e nel giardinaggio così diffuso in Giappone godono della bellezza e dei frutti. Nel crescere i figli educandoli alla saggezza si sentono ricompensati dall’esperienza.

    Anche in Italia fare i nonni crescendo i nipoti è diventato un mestiere, forse il mestiere più bello e più difficile del mondo e non sempre lo apprezziamo così profondamente.

    Se volete mettervi alla prova con un percorso più completo ci sono dei libri, ad esempio https://www.amazon.it/Ikigai-metodo-giapponese-Trovare-essere/dp/8809859391/

    e per un approccio più immediato esistono delle app gratuite che potete scaricare sia per Android che per il mondo Apple.

    Come sempre vi invito a provare, a giocare e ad essere grati a chi ci ha regalato tanta saggezza.


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    Kaizen per migliorare

    Cit. da Wikipedia: “Kaizen (改善) è la composizione di due termini giapponesi, KAI (cambiamento, miglioramento) e ZEN (buono, migliore), e significa cambiare in meglio, miglioramento continuo

    Per chi di voi avesse già letto gli articoli degli ultimi due mesi, questo sul KaiZen era prevedibile, visto le volte in cui l’ho già citato.

    Il Kaizen è diventato famoso in tutto il mondo con la qualità totale di Toyota, ed è il collante, un modo di pensare alla qualità, sia nell’ambito professionale che nell’ambito personale.

    Dopo la Seconda guerra mondiale gli americani sono rimasti in Giappone e hanno creato dei laboratori per testare le teorie sulla qualità nel lavoro e nella produzione. Il Giappone in quel momento aveva perso la guerra ed era un paese arretrato dal punto di vista tecnologico e da ricostruire dal punto di vista industriale.

    L’idea di fondo del KaiZen è che possiamo sempre migliorare, e possiamo farlo meglio se applichiamo con costanza piccoli cambiamenti continui, non imposti dall’alto, ma suggeriti dal basso, da chi effettivamente lavora. Inoltre, il modo di pensare del KaiZen è applicabile semplicemente a quasi tutte le attività umane.

    Certo non abbiamo un tempo infinito, però possiamo mangiare anche un elefante, un pezzo alla volta.

    Ad esempio, quando mi hanno regalato un libro di Kahneman, dopo cento pagine mi sono bloccato per un anno. Libro splendido. dove ogni concetto viene espresso con esempi pratici ma…nella versione italiana sono oltre 600 pagine di contenuto più le note.

    Ispirandomi al Kaizen ho inserito un’abitudine positiva giornaliera: leggi dieci pagine al giorno di saggistica. Facendo due conti sono 3.650 pagine all’anno. Posso concedermi di leggerne cinque al giorno in una lingua straniera.

    La teoria delle finestre rotte

    Per tornare a una dimensione internazionale potremmo dire che il Kaizen ha il suo contrario, rappresentato dalla Teoria delle finestre rotte e che il KaiZen ne rappresenta la cura.

    Citazione da Wikipedia: “La teoria delle finestre rotte è una teoria criminologica sulla capacità del disordine urbano e del vandalismo di generare criminalità aggiuntiva e comportamenti antisociali. La teoria afferma che mantenere e controllare ambienti urbani reprimendo i piccoli reati, gli atti vandalici, la deturpazione dei luoghi, il bere in pubblico, la sosta selvaggia o l’evasione nel pagamento di parcheggi, mezzi pubblici o pedaggi, contribuisce a creare un clima di ordine e legalità e riduce il rischio di crimini più gravi.”

    Insomma, con piccoli interventi continuativi si evitano degenerazioni progressive del contesto sociale.

    Obbligo o verità?

    Come nel tipico gioco da adolescenti il KaiZen a livello personale può essere percepito come una forma di disciplina, come un gioco o come una sfida.

    Mio figlio, ad esempio, percepisce come frustrante il doversi misurare ogni giorno con degli obiettivi autoimposti. Viceversa io lo trovo stimolante, come molte altre persone che ho visto addirittura raccontare i loro diari delle abitudini online, per esempio con questa ricerca.

    Buone abitudini

    Anch’io sulla scia del KaiZen mi sono lasciato ispirare e da molti mesi ho creato una tabella in Notion, avrei potuto usare Excel, per tracciare le mie abitudini.

    Il mio obiettivo è di monitorare la pratica di buone abitudini e l’evitarne altre per me dannose, raggiungere ogni giorno un punteggio minimo di 3.

    In pratica io uso questa tabella:

    Una riga dettagliata:

    Io uso le colonne Studio, Camminata, Meditazione, Lettura, Volontariato e VR per inserire un punto quando pratico queste buone abitudini, Uso la colonna Kaizen quando faccio qualcosa di nuovo, di cui non ho esperienza e imparo qualcosa. Le colonne NO alcol e NO fumo danno punteggi positivi se le evitassi, potrei anche scrivere -1 se le pratico e diminuire il totale della colonna TOTRIGA.

    Fra le buone abitudini ogni giorno mi chiedo se c’è qualcosa di cui posso essere grato, o un momento magico e lo scrivo.

    È solo un gioco?

    No, è una cosa seria, serissima. mantenere accesa l’attenzione sui propri comportamenti ha delle ricadute pratiche continue, permette di:

    • praticare buone abitudini
    • identificare e affrontare abitudini negative
    • abituarci ad agire sulle cose che possiamo controllare
    • mantenere la nostra attenzione su pensieri positivi
    • affrontare meglio momenti difficili
    • riconoscere i momenti in cui impariamo
    • misurare nel tempo i nostri risultati
    • ringraziare per tutte le cose belle grandi e piccole che possiamo cogliere

    Nel libro ci sono svariati esempi delle applicazioni personali del KaiZen, che vengono suggeriti in un percorso progressivo:

    • riconoscere che c’è un problema
    • accettare il fatto che potrai cambiare qualcosa
    • definire in cosa posso migliorare
    • immaginare gli effetti e breve e a lungo termine
    • Sfidarti, resistere, ricompensarti e ricordare

    Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio. Ma puoi cominciare da dove sei e cambiare la fine. (C.S. Lewis)


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    Edward De Bono e il pensiero Laterale

    “Solo perché un problema non è ancora stato risolto non è detto che sia impossibile da risolvere.” (Agatha Christie)

    Il tema di cui trattiamo in questo articolo è il modo in cui risolvere problemi, gli americani parlano di problem-solving. Ci sono molte cose che si possono dire a riguardo, ma restiamo su una semplice definizione. Abbiamo un problema quando non sappiamo come agire per superare un ostacolo indesiderato, di solito perché abbiamo insufficienti informazioni per affrontarlo. Gli elementi di un problema sono in parte noti, abbastanza da poterlo definire un problema.

    Come affrontiamo un problema?

    Come insegnante ho sempre affrontato il problema di rendere ripetibile una serie di azioni per ottenere un risultato, ad esempio, inserire numeri in un foglio elettronico e scrivere una formula per il totale.

    Come formatore ho sempre cercato il modo di convincere gli allievi a provare i metodi e i comportamenti da me suggeriti, per imparare effettivamente se funzionano o no per loro.

    Ogni volta ho cercato una soluzione ottimale su come proporre un tema. Spesso mi sono trovato in situazioni paradossali perché la nostra mente semplicemente si concentra sulle informazioni che riceve ovvero sul problema. Ad esempio, quando psicologi ed educatori negli anni ‘90 hanno fatto lezioni sui pericoli degli usi delle droghe nelle scuole superiori, hanno ottenuto l’effetto di aumentare il consumo delle droghe in quella fascia di popolazione. Noi stessi abbiamo ricevuto un’istruzione con l’obbligo di leggere libri, ad esempio, “I promessi sposi di Alessandro Manzoni”, con delle modalità che ce li hanno fatti odiare nonostante la qualità delle opere.

    Adesso Vi do un problema, chiedetevi: come posso spiegare a dei ragazzini che comportarsi come bulli danneggia anche loro? Non basta dare degli ordini.

    Altre volte si cerca di scendere nei dettagli di qualcosa, scoprendo che così si aumenta solo la confusione, come nella vignetta qui sotto della quale esiste anche una pagina di spiegazione https://www.explainxkcd.com/wiki/index.php/1343:_Manuals 🙂

    Altro modo di risolvere problemi tipico delle burocrazie umane è quello di aumentare le regole. Di solito il risultato è che aumentano anche i problemi. Ci sono anche le cosidette ipersoluzioni, come la guerra, che di solito fanno più danni rispetto ai possibili vantaggi di chi vince.

    Purtroppo, nella maggior parte delle situazioni, non fare nulla non è una soluzione. Pensate alla crisi pandemica o alle crisi finanziarie.

    Cosa funziona per me e per molti altri

    Di tutti i metodi, le didattiche, le semantiche, i linguaggi e gli strumenti che ho provato in una vita i miei preferiti sono senz’altro il pensiero laterale e il kaizen. Due tecniche che sono nello stesso tempo un modo di pensare, quindi di guardare alla realtà percepita, e una filosofia applicata con ricadute estremamente concrete nei risultati ottenuti.

    Il pensiero laterale è stato formalizzato dal professor Edward De Bono, un vero gigante negli studi sulla creatività, ha creato anche il metodo de “i sei cappelli per pensare”.

    Il prof. De Bono sostiene che per risolvere un problema:

    1. possiamo usare la logica, ma la logica è un metodo che tende a semplificare, a ridurre il numero delle variabili; quindi ha il difetto di essere rigida, come la selezione dei vincitori in un torneo a squadre.
    2. possiamo usare il pensiero laterale, che esclude la logica, che affronta il problema indirettamente proponendo ipotesi improbabili e creative, come il metodo di caccia di un granchio. Il granchio si muove lateralmente alla posizione della preda.

    Esempi

    A questo punto possiamo descrivere qualche soluzione da pensiero laterale. Il primo esempio è il filmato che mostro quando spiego le applicazioni pratiche del pensiero laterale. In questo film, basato su una storia vera, un insegnante di ballo insegna a degli allievi con problemi comportamentali e sociali a ballare. Voi direte: cosa centra il ballo con il disagio sociale?

    Il risultato che l’allenatore si aspetta è che apprendendo un insieme di regole desiderabili, perché a tutti piace essere scelti per ballare, si può pensare che un buon comportamento, dettato da un insieme di regole, ci permetta di immaginare un futuro migliore. Le regole servono a poter immaginare come si potrebbe vivere. Ballare è un esempio concreto.

    Un altro piccolo capolavoro del cinema e splendido esempio pratico di pensiero laterale, “Scacco matto nel Bronx” sempre basato su una storia vera, ci mostra una classe di adolescenti pieni di problemi familiari, in una scuola del Bronx, a cui viene proposto di imparare a giocare a scacchi. L’insegnante per convincerli dice “Nessuno ti può dare dello stupido se sai giocare a scacchi!”. Anche in questo caso l’accento è l’attenzione alla persona e ai suoi bisogni e non al gioco.

    Come insegnante di informatica in passato mi sono messo alla prova con persone ipoudenti, ipovedenti e con altre disabilità. Per insegnare a creare cartelle (directory) su una memoria digitale, selezionare file, copiarli, incollarli e spostarli, dopo qualche test e una serie di tentativi, ho capito che anziché concentrarmi sull’esercizio concettuale avrei dovuto spostarlo sul piano fisico.

    In pratica ad ogni inizio di lezione facevamo esercizi di “ginnastica” senza pensare al perché, solo movimento “fisico”: Crea Cartella CasaMia→crea file nella cartella con il tuo nome→crea un’altra cartella con nome CasaTua→copia il file con il tuo nome nell’altra cartella→cancella il file nella prima cartella.

    In questo modo le persone si rilassavano e si concentravano sulle azioni, non sui risultati. E non potevano evitare di agire, di imparare e qualche volta di divertirsi.

    Nel 2022 ho scoperto che nella zona dove abito c’è uno Spot dove fanno corsi di Skating. Per fare loro un esempio di pensiero laterale ho suggerito di insegnare ai bambini per prima cosa come si cade. Se impari a cadere, andare con lo skateboard diventa meno rischioso e di conseguenza più divertente.

    Quando ho pensato a questa tecnica è stato perché quando ero bambino ho praticato Judo per qualche anno. Tutti gli insegnanti che ho avuto passavano 10 minuti in ogni lezione a insegnarci a cadere. Solo dopo molto anni ho capito che oltre a toglierci la paura di cadere ci insegnavano a rialzarci.

    La teoria del pungolo

    Nel 2017 Richard Taler ha vinto il premio Nobel per l’economia per aver espresso la “teoria del pungolo”.

    Da Wikipedia: La teoria dei *nudge* (in inglese: Nudge Theory[1]) è un concetto che, nel campo dell’economia comportamentale, della psicologia cognitiva e della filosofia politica, sostiene che sostegni positivi e suggerimenti o aiuti indiretti possono influenzare i motivi e gli incentivi che fanno parte del processo di decisione di gruppi e individui, almeno con la stessa efficacia di istruzioni dirette, legislazione o coercizioni.

    In altre parole, pensiero laterale. Nella foto a seguito l’esempio classico di questa teoria. Ammetto di aver riso la prima volta che l’ho visto.

    Disegnando una mosca negli orinali per uomini si stimola a colpirla durante l’utilizzo, e di conseguenza si ha un uso corretto dell’orinale.

    Nel master Lecco 100 parliamo delle più note tecniche di creatività e ci esercitiamo almeno in un paio di esse. Il pensiero laterale viene seminato piano piano negli esempi durante le lezioni perché richiede un livello di pensiero complesso. Ci aiuta molto anche un altro autore, Matteo Rampin, che nel suo libro “Pensare come un mago” fa largo uso del pensiero laterale e di altre tecniche per spiegare modi di pensare vantaggiosi di fronte a un problema. Come psicoterapeuta ha collaborato con scuola di “terapia strategica breve” del prof. Nardone, dove si fa largo uso di stratagemmi per far superare al paziente i paradossi in cui si è andato ad infilare.

    Se vi affascina il tema in Italia abbiamo anche Umberto santucci che se ne è occupato e ha pubblicato materiali divulgativi online sul suo sito https://www.umbertosantucci.com/.


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    Jim Benson, Tonianne DeMariaBerry e il personal kanban

    “La soluzione deve essere più semplice del problema” (attribuita a Paul Watzlawick)

    Jim Benson e Tonianne DeMaria Berry sono insegnanti e imprenditori, esperti del Metodo Lean e di tutti gli elementi che lo vanno a supportare, come la filosofia Kaizen e il Kanban. Potete trovarli su Twitter.

    La missione

    Il tema è quello della gestione di flussi produttivi nelle grandi aziende, come Toyota che con questi metodi ha raggiunto risultati a livello mondiale. La missione che si sono posti Jim e Tonianne è stata quella di portare ai piccoli gruppi di lavoro, in particolare ai lavoratori concettuali, i vantaggi che questi metodi portano in termini di chiarezza, velocità e risultati nella gestione di progetti.

    Se ci pensate è esattamente quello che in una nazione come l’Italia serve, visto che il nostro tessuto produttivo è composto per la maggior parte di aziende di piccole dimensioni. Il che ci evidenzia il paradosso che nonostante il testo di riferimento sia stato pubblicato nel 2011 non è mai stato tradotto in italiano.

    In ogni caso dal 2015 abbiamo inserito una lezione nel master Lecco 100 per spiegare il metodo ai nostri allievi. La soddisfazione è stata vedere che nel tempo alcuni di loro hanno fatto corsi per i metodi Agile che utilizzano come strumento centrale di comunicazione proprio il Personal Kanban.

    Concetti basilari sulla comunicazione visiva

    La maggior parte di noi utilizza la vista per ricevere informazioni ed interpretare la realtà. La gestione dell’immagine è la maggiore capacità del cervello umano, in grado di astrarre il mondo fisico in quello mentale.

    Questo significa che ci possono essere modi migliori di usare la nostra mente a seconda del contesto e sicuramente la forma giusta facilità la percezione dell’informazione.

    Infatti abbiamo già parlato di mappe mentali come strumento visivo per la gestione di idee e oggi trattiamo il Personan Kanban come strumento visivo per la comunicazione di processo.

    Quando parliamo di processo parliamo di rappresentare lo stato di una serie di attività in una linea temporale, qualcosa di dinamico visibile ADESSO e in movimento fino al suo termine, quindi una forma che cambia.

    Notate quanto sia semplice la forma base di una lavagna Kanban, le tre colonne TODO, DOING (o Work In Progress) e DONE, ci dicono da sole cosa sta succedendo ADESSO.

    ADESSO è la parola chiave del Personal Kanban. Basta spostare i post-it a mano a mano che le attività che contengono entrano in una diversa fase di lavoro.

    Un post-it può contenere poche e semplici informazioni:

    Le colonne riguardano sempre uno stato delle attività nel tempo e si adattano al contesto operativo. Ad esempio, io posso avere delle cose da fare ma la preparazione perché possano essere eseguite può essere una fase. Ad esempio, per una ricetta devo avere gli ingredienti.

    In moltissimo casi, prima di rilasciare un programma software o un prodotto, ad esempio, può essere utile che qualcuno lo approvi e quindi ci sia una colonna dove viene spostato dopo averlo creato, in attesa di approvazione.

    Ci sono poche semplici regole per creare una buona tavola Kanban.

    1. Visibile Adesso e aggiornata.
    2. Nella colonna dei Lavori in corso ci deve essere solo quello che possiamo effettivamente fare nel ciclo temporale, di solito entro la giornata.

    Gli autori dichiarano che per ottenere buoni risultati nell’uso di questo metodo dobbiamo applicare poche buone prassi:

    1. Idealmente una serie di attività in un personal Kanban dura da una a tre settimane. Evitate di cambiare idea per “urgenze” a metà di un progetto, soprattutto se limitato ad una settimana. Le regole prevalgono sul processo.
    2. Ricordatevi sempre che siete Voi a tirare un’attività da una colonna all’altra, nelle attività concettuali essere “spinti” non favorisce di certo la creatività.
    3. Imparate dal passato. Scoprirete che alcune attività possono essere svolte più velocemente di quanto avete previsto ed altre invece si dimostrano più dispendiose di quanto pensavate. Chiedetevi: “se dovessi rifarlo con l’esperienza di oggi, cosa cambierei?”

    Qualche esempio

    Con il tempo potreste scoprire usi diversi del Kanban, ad esempio un mio allievo viene continuamente interrotto dal suo capo per cambiare un lavoro in corso a favore di un altro.

    È comunque utile usare una forma Kanban come strumento di comunicazione (e di negoziazione con il capo) se ci aiuta a concentrarci sul vero problema, lo spreco di tempo.

    Se in un gruppo di lavoro è necessario far crescere delle persone, può essere utile comunicare il concetto di priorità, possibilmente motivandolo con le esigenze del cliente:

    Oppure in molte applicazioni che mostrano tabelle di database oggi è possibile ottenere delle viste Kanban sulle colonne che contengono delle categorie, come qui sotto le piattaforme su cui possono essere eseguiti alcuni metaversi.

    Una volta acquisita, la forma di una tavola Kanban diventa uno strumento di lavoro semplice ed efficace.


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    Jane McGonigal e la realtà in gioco

    “Il gioco è la medicina più grande.” (Lao Tse)

    Anche Jane McGonigal, come Tiago Forte di cui all’articolo precedente, deve la sua fortuna ad un evento traumatico.

    Nel luglio 2009, Jane McGonigal ha subito una commozione cerebrale dopo aver battuto la testa nel suo ufficio. I sintomi erano gravi, sono durati per diverse settimane e l’hanno portata a desiderare di suicidarsi. Jane McGonigal era una designer di videogames. Volendo guarire dalla sua condizione, creò un gioco per curarla. Inizialmente il gioco si ispirava alla serie Buffy l’Ammazzavampiri, poi è stato rinominato SuperBetter. Jane McGonigal è riuscita a raccogliere un milione di dollari per finanziare una versione ampliata del gioco e ha scritto un libro con il medesimo titolo.

    Proseguendo per quella strada Jane McGonigal ha approfondito i suoi studi sul perché i giochi possono dare effetti positivi nella nostra esistenza, scrivendo un bel libro il cui titolo originale descrive bene il problema che si è posta: Reality Is Broken: Why Games Make Us Better and How They Can Change the World. Una possibile traduzione è: La realtà è guasta: Perché i giochi ci rendono migliori e come possono cambiare il mondo.

    E le sue risposte sono costruite come regole per riparare la realtà.

    In particolare, lei si ispira ai videogames ed all’esperienza quotidiana.

    Quando ho letto il libro qualche anno fa ne sono rimasto colpito, l’ho trovato originale, chiaro e nello stesso tempo:

    1. un trattato pratico di psicologia positiva
    2. una dimostrazione dei cosiddetti “real games” ovvero giochi che mixano il digitale con azioni nel mondo fisico, un modo diverso di praticare una AR, realtà aumentata.
    3. un bel libro sulle prospettive potenziali della gamification di tante attività umane che con i sentimenti suscitati dal gioco danno al dolore dell’esistenza il senso degli elementi di una sfida.

    La tesi iniziale del libro è che nella nostra società orientata alla produttività si sottovaluti il potere formativo e terapeutico dei giochi.

    Il motivo per cui noi giochiamo è che siamo in una situazione in cui possiamo rischiare qualcosa senza farci male, quindi ci sentiamo implicitamente potenti, inoltre nei giochi l’obiettivo è chiaro come nelle fiabe, liberare la principessa, sconfiggere il drago, trovare il tesoro. Pensate ai classici giochi come Supermario o i Pokemon. Inoltre possiamo sempre sapere a che punto siamo e fermarci. Nei giochi di ruolo accettiamo le regole sociali insieme ad altri. Accettiamo di superare ostacoli e problemi inventati per divertirci, anche se, ad esempio, in Tetris sappiamo che non possiamo vincere però possiamo sempre provare a sopravvivere più a lungo, come nella vita. Tutti abbiamo dei momenti difficili e fare “come se” fossimo parte di un gioco, vederci in terza persona, sono atteggiamenti che sembra ci aiutino a vivere meglio quei momenti. Ad esempio, in una intervista a dirigenti di alto livello il 70% di loro dice che gioca a abitualmente ai casual games per diminuire lo stress e sentirsi più energici.

    Nella mappa a seguito sono riepilogati gli elementi del gioco.

    Con l’avvento dei videogames l’industria ha creato uno dei settori più fiorenti dal punto di vista economico, un insieme di esperienze che prime erano riservate solo alla nostra immaginazione nella lettura o nella visione di filmati. Quindi Jane McGonigal si chiede se anziché pensare ai giochi come pura attività futile non potremmo ottenere dei vantaggi. Ad esempio, inserendo nel curriculum che siamo dei Master esperti in Dungeons & Dragons. Vuol dire che siamo potenzialmente in grado di guidare un gruppo, in pratica potremmo pensare di diventare dei project manager nel nostro settore di conoscenza professionale sicuramente meglio di persone che non hanno mai gestito un viaggio o simulato una campagna o delle battaglie. Ad esempio, nel recente passato chiunque giocasse bene a scacchi era considerato intelligente, vedi il film “Scacco matto nel Bronx”.

    Quindi Jane McGonigal approfondisce i motivi per cui i giochi rispondono profondamente ai nostri bisogni personali e sociali, dimostrando quanto sono un’applicazione pratica della filosofia umanistica positiva, da Maslow e, in particolare, alle tesi sulla felicità del professor Csikszentmihalyi di cui abbiamo già scritto.

    Creare degli obiettivi lavorativi costruiti come tappe di un gioco sarebbe un modo ideale per stimolare le nostre migliori capacità, cominciando a rendere chiari gli obiettivi e i loro risultati, aumentando la speranza di riuscire, soprattutto in contesti difficili in cui la resistenza fisica o psicologica sono una caratteristica importante. Costruire uno spirito di squadra, soprattutto in un ambito competitivo è importante e anche allenatori come Julio Velasco affermano che l’affettività è un elemento fondamentale nella leadership.

    Queste mappe mentali che vedete sopra sono parte della lezione dedicata alla gamification, quando dalla gestione di obiettivi personali passiamo alla creazione di obiettivi per i gruppi di lavoro e cerchiamo di renderlo chiari, rischiosi e stimolanti come un gioco.

    Ma non è finita qui, negli ultimi 15 anni Jane McGonigal si è dedicata ai giochi di simulazione:

    “Nel 2008, sono stata lead designer di Superstruct, una simulazione di sei settimane gestita dal gruppo Ten-Year Forecast all’Institute for the Future di Palo Alto, in California. Il nostro obiettivo era mappare tutte le conseguenze economiche, politiche, sociali ed emotive di una minaccia globale, come una pandemia. La simulazione era ambientata undici anni in avanti, nell’autunno del 2019, e durante questo programma, quasi diecimila persone in tutto il mondo si sono ritrovate a vivere virtualmente cinque diverse minacce, tra cui un’epidemia globale di un virus immaginario chiamato ReDS, abbreviazione inglese di “sindrome da distress respiratorio”.”

    Questo è solo l’incipit delle sue ultime avventure. In pratica i suoi studi si sono concentrati sugli effetti positivi nel creare simulazioni di eventi sia positivi che negativi ambientati in futuri di 5 -10 anni. A riguardo ha creato un corso Gratuito su Coursera per spiegare come esercitare il Futures Thinking.

    Per chi di Voi ha una cultura in filosofia troverete molto del pensiero trascendentalista americano e se avete letto gli articoli che abbiamo pubblicato a settembre 2022 potreste riconoscere molto di quanto hanno espresso altri scienziati europei che hanno lavorato in America, come la dottoressa Oettingen e il dottor Csikszentmihalyi e il pensiero degli stoici antichi greci e romani.

    Fra i moderni italiani possiamo citare sul tema il libro di Baricco “The Game” e la tesi del cambio d’epoca di un altro pensatore profondo come è Paolo Benanti con il suo libro “Digital Age”.

    Da qualche anno nel nostro master parliamo di gioco, sia spiegando gli effetti della gamification trattati dalla McGonigal che inserendo gli elementi suggeriti da alcuni metodi filosofici applicati come il Kaizen giapponese. Infine, abbiamo la possibilità di provare, Covid permettendo, qualche sessione in realtà virtuale. Il tutto con l’obiettivo di rendere più leggero e consapevole il nostro agire quotidiano.


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    Tiago Forte: come costruire un secondo cervello

    Tiago forte negli ultimi 10 anni ha avuto una forte influenza sul modo di studiare e di lavorare di moltissime persone perché ha creato un metodo trasversale agli strumenti analogici e digitali per sfruttare al meglio la possibilità di organizzare idee e contenuti.

    Online si stima che Tiago Forte abbia circa quarant’anni.

    A 22 anni ha affrontato una malattia neurologica dalle caratteristiche sfuggenti. Negli anni ha incontrato molti medici e ha imparato ad osservare ogni minimo aspetto di sintomi e stati fisici e mentali fino a riuscire a realizzare un equilibrio, una vita quasi normale.

    I was able to search through years of observations and findings, tagging anything that seemed to help. I was able to identify almost a dozen practical measures – for sleeping, eating, exercising, and stretching – that when practiced regularly, helped minimize the pain and allowed me to function normally.

    traduzione:

    Sono stato in grado di cercare tra anni di osservazioni e scoperte, etichettando tutto ciò che sembrava essere d’aiuto. Sono riuscita a individuare quasi una dozzina di misure pratiche – per il sonno, l’alimentazione, l’esercizio fisico e lo stretching – che, se praticate regolarmente, mi hanno aiutato a ridurre il dolore e mi hanno permesso di funzionare normalmente.

    Nell’affrontare questa esperienza Tiago Forte ha messo le radici per creare il suo metodo per costruire un “secondo cervello”.

    Il tema

    Il tema di cui stiamo parlando è la produttività personale. A differenza degli altri articoli che riguardano persone e metodi che hanno avuto decenni per affinarsi ed affermarsi come eccellenti, in questo caso ci muoviamo su territori che possono essere ancora largamente inesplorati.

    Secondo Tiago Forte tutto è legato a come gestiamo i contenuti, a come li rielaboriamo e a come li archiviamo.

    Un concetto di base è che i contenuti non sono una biblioteca, bensì un flusso di informazioni finalizzate a gestire progetti attivi, e quindi l’archiviazione dei dati è dinamica in funzione della loro utilità nelle fasi di un progetto. Ad esempio, Tiago Forte afferma che non ha senso approfondire qualcosa più di quello che ci serve adesso.

    Ci sono illustri predecessori e diversi libri interessanti sul tema, una sorta di filo logico nel tempo che io farei partire con il libro “How to Read a Book: The Classic Guide to Intelligent Reading per proseguire con How to Take Smart Notes: One Simple Technique to Boost Writing, Learning and Thinking”, infine Paul Allen con “Detto, fatto! L’arte di fare bene le cose. Il metodo GTD

    La tecnologia

    Potremmo datare la nascita degli strumenti digitali che rendono possibile l’applicazione e l’automazione dei nostri processi di gestione della conoscenza a circa 10 anni fa.

    Ovviamente prima di tutto è necessario avere a disposizione internet, e anche qui ci sono delle rilevanze storiche interessanti.

    Molti ad esempio fanno risalire al Memex la nascita dell’idea di World Wide Web, ma nessuno mi impedisce di pensare che Vannervar Bush che l’ha concepito sia stato influenzato dal metodo Zettelkasten, un metodo di classificazione e collegamento di testi nato fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo.

    Per descrivere gli strumenti di cui sto parlando ho scritto un piccolo testo a parte che potete trovare qui: https://alessiosperlinga.notion.site/Personal-Knowledge-Management-Method-and-Style-621d277d000a42409d380a47dd73559b

    Il secondo cervello in pratica

    Prima di tutto dobbiamo abituarci a selezionare con solo le parti di contenuto che ci interessano, vuol dire le frasi, non l’intera newsletter o articolo.

    A seconda della loro utilità li ORGANIZZEREMO in una struttura fissa, uguale per tutti gli strumenti che useremo e così divisa:

    • Progetti: tutti i progetti che hanno una scadenza futura.
    • Area di responsabilità: tutti i progetti che vengono gestiti ripetutamente, aggiornamenti, manutenzioni, revisioni.
    • Risorse: tutte le fonti che ci possono servire trasversalmente alle due sezioni precedenti.
    • Archivio: cose che hanno cessato la loro utilità nell’attuale, progetti chiusi.

    Le note che contengono tutti i contenuti dovranno essere DISTILLATE, ovvero

    • Ogni nota è un piccolo pezzo di conoscenza equivalente a uno o più fogli di carta.
    • Inserite in blocchi note digitali.
    • Taggate con parole chiave che permettono ricerche e indicizzazioni successive accurate.

    La terza fase fondamentale è ESPRIMERSI, ovvero:

    • Scrivere in modo evidenziato perché abbiamo deciso di conservare la nota.
    • Eventualmente riscriverla con parole nostre che descrivono quello che abbiamo capito.
    • Applicarla praticamente in un progetto.

    oltre alla mia mappa completa che ho creato mentre leggevo il libro di Tiago forte potete trovare le spiegazioni di ogni parte del metodo nel sito: ForteLabs.com e ovviamente su YouTube.

    In sintesi, per gestire un progetto cominciate con in mente dove volete arrivare.


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